Sulla Croisette scintillano le telecamere, abiti di stilisti sfilano sui tappeti rossi, champagne scorre a fiumi — eppure quest’anno aleggia un insolito peso sul Festival del Cinema di Cannes. Invece di parlare di Palme d’Oro, grandi esordi alla regia o della prossima sensazione da Hollywood, il settore discute improvvisamente di boicottaggio, interferenze politiche e i limiti della libertà di espressione.
Proprio lì dove la Francia celebra tradizionalmente il suo cinema come una religione artistica nazionale, è scoppiata una lotta culturale aperta.
Al centro dello scandalo c’è Maxime Saada, il capo di Canal+. Il suo annuncio ha colpito il mondo del cinema francese come un fulmine a ciel sereno. In futuro, ha dichiarato a Cannes, Canal+ non collaborerà più con creatori cinematografici che avevano firmato una tribuna anti-Bolloré. Circa 600 attori, produttori e registi si erano infatti pubblicamente opposti all’influenza crescente dell’imprenditore dei media Vincent Bolloré.
All’improvviso è emersa una domanda che in Francia appare quasi sacra: può il potere economico decidere chi può ancora partecipare al cinema?
Il conflitto va ben oltre una semplice controversia tra artisti e un canale televisivo. Canal+ occupa una posizione nel sistema cinematografico francese che è difficile sopravvalutare. Da decenni il canale finanzia una parte significativa delle produzioni nazionali. Molti film esistono proprio grazie a questo sostegno. Chi non ha più accesso a Canal+ perde rapidamente visibilità, finanziamenti e portata. Nel settore circola perciò un termine che altrimenti si associa a epoche politiche più oscure: lista nera.
È proprio questo che crea nervosismo.
Perché la Francia non concepisce il suo cinema solo come industria dell’intrattenimento. Il film è considerato l’ossatura culturale del Paese — uno spazio per il dissenso, la diversità e la libertà creativa. Questa visione fa quasi parte del DNA repubblicano. Se ora le posizioni politiche potessero avere conseguenze professionali, per molti degli addetti ai lavori sarebbe una violazione di un tabù.
Il detonatore è stata una dichiarazione pubblicata sul quotidiano Libération. In essa, firmatari famosi avvertivano della crescente concentrazione di potere mediatico attorno a Vincent Bolloré. Da anni i critici accusano il suo impero mediatico di spostare sempre più a destra i dibattiti politici e sociali. In particolare l’intreccio forte tra canali televisivi, case editrici e strutture di produzione crea disagio in molti operatori culturali.
Che proprio Cannes diventasse la vetrina di questo scontro ha quasi un valore simbolico.
Tra yacht di lusso e flash dei fotografi emerge improvvisamente l’altro volto dell’industria culturale francese — rude, politicizzato e piuttosto teso. Dietro le quinte i produttori discutono meno di sceneggiature e più di rapporti di potere. Alcuni parlano già di dinamiche americane, altri di una reazione esagerata pericolosa. Altri ancora scrollano le spalle e dicono: “Era prevedibile da tempo.”
Tutto sembra un po’ una lite familiare durante il pranzo domenicale — solo con budget milionari e risonanza nazionale.
Perfino il presidente del Centre national du cinéma (CNC) ha provato a rassicurare. Le affermazioni di Canal+ potrebbero essere state una reazione emotiva, è stato detto con cautela. Ma solo questa scelta diplomatica delle parole testimonia quanto la situazione sia diventata delicata.
Dietro il dibattito c’è una domanda più grande: a chi appartiene la narrazione culturale della Francia? Agli artisti? Ai gruppi mediatici? O a chi finanzia entrambi?
Cannes quest’anno non offre una risposta semplice. Al contrario, il festival cinematografico più famoso del mondo si trasforma in un laboratorio politico della Francia — con esito aperto.
Di C. Hatty