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Nachrichten.fr · May 22, 2026

Cina e Russia: un’apparizione coordinata delle grandi potenze

Xi e Putin si presentano come controparte all’Occidente

In una fase di crescenti tensioni geopolitiche, Cina e Russia dimostrano nuovamente la loro vicinanza strategica. Pochi giorni dopo un incontro con Donald Trump, il presidente cinese Xi Jinping ha ricevuto il presidente russo Vladimir Putin in visita ufficiale a Pechino. La simbologia di questo incontro era evidente: entrambi i capi di stato si sono presentati come rappresentanti di un ordine presumibilmente stabile in un mondo che descrivono come sempre più segnato dall’imprevedibilità americana.

L’incontro ha evidenziato ancora una volta la stretta cooperazione tra Mosca e Pechino, che negli ultimi anni si è profondamente intensificata. Ciò che un tempo era soprattutto una partnership pragmatica si sta sviluppando sempre più in un’asse geopolitica con ambizioni globali. Entrambi gli stati condividono l’interesse a contenere l’influenza degli Stati Uniti e a promuovere un ordine mondiale multipolare, in cui Washington non sia più la potenza dominante.

Questa vicinanza è particolarmente evidente nei settori economico e militare. La Russia, a seguito delle sanzioni occidentali conseguenti alla guerra in Ucraina, si è orientata maggiormente verso l’Asia. La Cina, a sua volta, beneficia delle vantaggiose esportazioni energetiche russe assicurandosi così il suo enorme fabbisogno di materie prime. I grandi progetti nei settori del gas e del petrolio costituiscono ormai una base centrale delle relazioni bilaterali. Contemporaneamente, entrambi i paesi intensificano la collaborazione nelle infrastrutture, nella tecnologia e nei sistemi finanziari per diventare meno dipendenti dal sistema del dollaro dominato dall’Occidente.

Anche sul piano militare i due stati si avvicinano. Manovre congiunte nel Pacifico, nel Mar Cinese Meridionale e in Asia Centrale servono non solo alla cooperazione pratica, ma inviano anche segnali politici all’Occidente. Il messaggio è chiaro: Russia e Cina si considerano partner strategici contro una supremazia americana da loro criticata.

Lo sfondo di questo sviluppo è soprattutto la politica estera americana degli ultimi anni. Già sotto Donald Trump gli Stati Uniti hanno seguito una linea sempre più conflittuale verso la Cina, mentre i rapporti con la Russia sono rimasti segnati da sanzioni e reciproca diffidenza. Pechino e Mosca interpretano questa politica come un tentativo di contenimento e reagiscono con un coordinamento più stretto dei loro interessi.

Per l’Europa e la comunità internazionale questo sviluppo ha grande rilevanza. Il rafforzamento del partenariato tra Cina e Russia modifica a lungo termine l’equilibrio di potere globale. Potrebbe mettere sotto pressione alleanze esistenti e creare nuove linee di conflitto geopolitico. Allo stesso tempo si manifesta come la politica internazionale sia sempre più dominata da centri di potere rivali.

Il rapporto tra Pechino e Mosca resta dunque molto più di una semplice cooperazione bilaterale. Si sta sviluppando in un fattore centrale della diplomazia internazionale e presumibilmente plasmerà in modo decisivo la politica mondiale dei prossimi anni.


L’Iran stabilisce i propri confini

Le recenti tensioni tra Iran e Stati Uniti evidenziano un profondo cambiamento delle dinamiche geopolitiche in Medio Oriente. Sebbene Teheran sia militarmente molto inferiore agli USA, la Repubblica Islamica riesce sempre più a esercitare una significativa influenza regionale attraverso strategie asimmetriche. In particolare, la minaccia mirata a rotte critiche dell’energia e del commercio nel Golfo Persico ha dimostrato quanto rimanga vulnerabile l’ordine internazionale in questa regione.

Al centro di questa strategia c’è la cosiddetta “coercizione triangolare”. L’Iran non cerca di sconfiggere direttamente militarmente gli Stati Uniti, ma di mettere sotto pressione i loro partner regionali e interessi economici. Attacchi a petroliere, operazioni con droni e la minaccia ripetuta di bloccare lo Stretto di Hormuz servono come leve geopolitiche. Lo stretto è uno dei passaggi energetici più importanti al mondo; una quota significativa del commercio petrolifero globale lo attraversa quotidianamente. Anche solo la minaccia di una restrizione basta a destabilizzare i mercati internazionali e a esercitare pressione politica sugli stati occidentali.

La leadership iraniana persegue così una strategia di deterrenza a lungo termine. Sfrutta consapevolmente le debolezze generate dalla politica statunitense con decenni di applicazione in Medio Oriente. Dopo gli interventi costosi in Iraq e Afghanistan, la disponibilità di Washington a rischiare nuove operazioni militari su vasta scala è diminuita. Contemporaneamente sono cambiati i centri di potere regionali: stati come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti cercano sempre più strategie di sicurezza autonome e aperture diplomatiche verso Teheran.

Inoltre, l’Iran ha modernizzato specificamente le proprie capacità militari. Mentre le forze aeree e navali classiche rimangono limitate, Teheran ha investito fortemente in programmi missilistici, tecnologia dei droni e milizie alleate nella regione. Questa forma di guerra asimmetrica permette al regime di esercitare indirettamente pressione sugli avversari e di condurre conflitti al di sotto della soglia della guerra aperta.

Gli sviluppi indicano uno spostamento duraturo dell’equilibrio di potere regionale. L’influenza degli Stati Uniti resta militare dominante, ma politicamente sempre più contestata. L’Iran si presenta invece come attore che, nonostante le sanzioni economiche e l’isolamento internazionale, è pronto a difendere in modo offensivo i propri interessi strategici. Si crea così un nuovo assetto di potere, i cui effetti si estendono ben oltre il Medio Oriente.


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Christine Macha