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Nachrichten.fr · August 3, 2026

Commento: La nuova responsabilità collettiva familiare – ovvero quando colpa e pena diventano improvvisamente ereditarie

(Mit Hilfe von KI erstellte Illustration).

A volte basta una sola parola per suscitare disagio.

Responsabilità familiare.

Un termine che sa di storia, di tempi bui, di uno Stato che non chiede più chi abbia fatto cosa, ma soltanto a chi appartiene qualcuno. Una parola che, in una democrazia fondata sullo Stato di diritto, ci si aspetterebbe di trovare solo al condizionale. Come monito. Non come strumento.

Eppure ora torna a essere nell’aria.

Questa volta non nei libri di storia, ma nelle aule di tribunale. Non come reliquia, ma come strumento della moderna politica di sicurezza. Il figlio spaccia, la madre perde l’appartamento. Il fratello viene condannato, la famiglia si ritrova alla porta. Così semplice. Così efficiente. Così inquietante.

Naturalmente, l’argomentazione è impeccabile come un abito della domenica. Si tratterebbe di ordine, di sicurezza, della tutela del vicinato. Di persone che non riescono più a dormire la notte perché al piano di sotto, nell’androne, si fanno affari che sarebbe stato meglio non fossero mai esistiti. Lo Stato, si dice, deve restare in grado di agire.

In grado di agire.

Una bella espressione. Suona di forza, di chiarezza, di fermezza. Ma ha un rovescio della medaglia. Perché la capacità di agire senza misura diventa presto un martello che vede solo chiodi.

E all’improvviso le famiglie sono quei chiodi.

Si potrebbe quasi pensare che la responsabilità sia contagiosa. Come una malattia che si diffonde attraverso il tavolo della cucina. Chi vive insieme risponde insieme – almeno questa è l’impressione. Giuridicamente corretto? Forse. Moralmente? Beh.

Perché cosa significa concretamente?

Una madre che non riesce più a raggiungere suo figlio viene dichiarata corresponsabile. Un padre che ha ormai capitolato diventa un disturbatore dell’ordine pubblico. Persone che spesso si trovano esse stesse ai margini vengono spinte ancora un po’ più fuori.

E questo viene chiamato prevenzione.

Lo si può ammirare tranquillamente con sarcasmo: finalmente una soluzione che elimina più problemi in una volta sola. Lo spacciatore forse è in prigione – e la sua famiglia finisce in strada con lui. L’efficienza è pur sempre l’imperativo del momento.

Solo: cosa ne consegue?

Uno Stato che comincia a distribuire colpe come volantini perde la sua virtù più importante: la capacità di distinguere. Smette di distinguere tra autore e contesto, tra responsabilità e impotenza. Ed è proprio lì che comincia lo squilibrio.

Perché il diritto non è uno sport di squadra.

Vive del fatto che osserva attentamente, che separa, valuta, dubita. Che non dice: «Appartenete insieme, quindi rispondete insieme». Ma: chi ha fatto cosa – e chi invece no?

La domanda quindi non è soltanto fino a che punto possa arrivare la responsabilità collettiva.

La vera domanda è se uno Stato di diritto possa davvero permettersela.

Oppure se, mentre combatte il traffico di droga, cominci a perdere qualcosa di molto più prezioso.

La sua stessa idea di giustizia.

Un commento di Daniel Ivers