In realtà volevamo scrivere meno spesso di notizie del genere. Meno sparatorie. Meno morti per droga. Meno violenza nel mezzo delle piazze pubbliche. Non perché questi temi non siano importanti — ma perché a un certo punto ci si rende conto di quanto questa crisi permanente sia diventata anestetizzante. Oggi Nizza. Domani Marsiglia. Dopodomani forse Bruxelles, Londra o Amburgo. I titoli cambiano, il modello resta lo stesso.
E poi a Nizza qualcuno arriva di nuovo su un monopattino elettrico, estrae un’arma automatica e spara contro persone che fino a poco prima stavano bevendo un caffè o volevano fare acquisti.
Europa 2026. Sembra quasi una satira sanguinaria. Purtroppo è realtà.
Particolarmente amara appare questa routine inquietante che si è insinuata da tempo. Luci blu. Nastri di sbarramento. Politici dall’aria seria. Richieste di «tolleranza zero». E poi i soliti dibattiti televisivi, nei quali si spiega con molte parole perché purtroppo bisogna «guardare in modo differenziato». Nel frattempo, in alcuni quartieri i bambini imparano più in fretta il suono degli spari che quello del cinguettio degli uccelli. Piuttosto devastante, a essere onesti.
Naturalmente i problemi non esistono solo da ieri. In molte città si sono sviluppati mondi paralleli, nei quali il denaro della droga, l’intimidazione e la violenza fanno da tempo parte della quotidianità. Lo Stato vi compare spesso solo sotto forma di sirene. Breve. Forte. E nella maggior parte dei casi troppo tardi.
Ma ciò che appare quasi ancora più opprimente della violenza stessa è l’assuefazione sociale ad essa. Un tempo tali atti provocavano uno shock nazionale. Oggi scorrono nelle notizie come un avviso di traffico in autostrada. Breve indignazione, poi si passa allo sport.
Forse è proprio questa la vera tragedia.
Non sono solo i proiettili a cambiare le nostre città. Ma il fatto che molte persone stiano lentamente accettando che scene del genere ormai «fanno semplicemente parte della realtà».
Ed è proprio questo che dovrebbe farci paura.
Un commento di C. Hatty