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Nachrichten.fr · May 16, 2026

Diciannove anni e sindaco in Francia

A volte un cambiamento politico non inizia a Parigi, non sotto i soffitti dorati dell’Assemblea nazionale, ma in un villaggio di qualche centinaio di abitanti, da qualche parte tra campi, strade comunali e cassette postali, dove il tempo scorre più lentamente che altrove.

Questo luogo si chiama Pré-Saint-Évroult.

Un angolo di Francia nel dipartimento Eure-et-Loir, tranquillo, rurale, non spettacolare. Ed è proprio per questo che la storia di Brian Pellerin sembra una piccola narrazione politica di grande peso simbolico. Il giovane ha diciannove anni. Un’età in cui altri ancora si chiedono quale corso di laurea magistrale intraprendere o se sarebbe meglio trasferirsi a Bordeaux. Pellerin, invece, ora guida un comune. Sindaco. Con fascia, verbali delle riunioni e responsabilità.

La Francia guarda sorpresa.

Perché la Repubblica ama sì la sua gioventù come idea, ma nella pratica spesso le si avvicina con garbato sospetto. Si celebrano i giovani talenti nello sport, nella musica, nelle start-up — ma la responsabilità politica? Di solito rimane riservata a persone le cui tempie sono già incanutite. I sindaci di Francia appartengono in media a una generazione cresciuta con le cabine telefoniche.

E all’improvviso lì c’è uno studente di giurisprudenza.

Di giorno il municipio, poi l’università. Riunioni, pratiche, lezioni, esami. Si immagina quasi automaticamente questa scena: un giovane nell’aula magna, il portatile aperto, accanto a lui compagni di corso con bicchieri di caffè — e da qualche parte, tra diritto amministrativo e finanze comunali, il cellulare vibra perché nel paese è sorto un problema con i lavori stradali.

Sembra un po’ pazzesco.

Forse proprio per questo così affascinante.

La storia possiede qualcosa di profondamente francese. Questo paese ama i simboli politici quasi quanto il buon formaggio e le lunghe discussioni a cena. Un sindaco diciannovenne in un comune rurale appare come un contraltare a quella Francia che da anni si lamenta di disaffezione politica, fiducia in calo e alienazione tra capitale e provincia.

Perché in molti piccoli comuni ormai si fa fatica a trovare qualcuno che voglia candidarsi.

I sindaci dei piccoli centri portano spesso un carico silenzioso. Mettono pace nelle liti condominiali, si occupano dei lampioni rotti, organizzano le feste di paese, rispondono ai reclami sulla raccolta dei rifiuti o sulle buche. Molte responsabilità. Poco glamour. Talvolta quasi nessun riconoscimento.

La grande politica brilla in televisione.

La politica comunale, invece, odora di faldoni e di caffè freddo nelle sale riunioni.

Forse proprio qui sta la sorpresa di Pré-Saint-Évroult: che un giovane si avventuri volontariamente in questo terreno, benché la sua generazione venga spesso descritta come distante dalla politica. Distratta dal digitale. Impaziente. Non sufficientemente resistente.

E poi appare questa frase.

„J’ai confiance en cette génération.“

Ho fiducia in questa generazione.

Una frase semplice. Quasi insignificante. Eppure proprio per questo sprigiona forza. Proviene da una residente del villaggio, un’insegnante. Nessun grande commento politico, nessun proclama ideologico. Piuttosto un’osservazione silenziosa tratta dalla quotidianità.

Fiducia.

Quanto raro questo termine è ormai diventato.

Nelle discussioni politiche si ascolta per lo più il contrario: dubbi sulla gioventù, preoccupazioni sulla volontà di rendimento, lamentele su TikTok, smartphone e calo della capacità di attenzione. Interi talk show oggi vivono di contrapporre generazioni. I vecchi contro i giovani. I esperti contro i sensibili.

E ora un villaggio affida la propria amministrazione a un diciannovenne.

Sembra quasi sovversivo.

Naturalmente nella storia c’è anche un po’ di romanticismo francese. L’idea del giovane repubblicano impegnato ha in Francia una tradizione. Fin dalla Rivoluzione si veneravano i giovani che si spingevano in politica con idee e pathos. Anche Emmanuel Macron dovette parte del suo successo iniziale a quel desiderio di rinnovamento.

Ma tra un palazzo presidenziale e un villaggio con pochi abitanti c’è un mondo.

A Pré-Saint-Évroult non si trattano strategie geopolitiche o duelli televisivi. Là la politica decide se l’illuminazione stradale funziona e se la sala del paese va ristrutturata. Forse è proprio per questo che tutto appare più credibile. Più vicino.

Quasi commovente.

Anche la costellazione familiare contribuisce all’atmosfera singolare di questa storia. La madre di Pellerin siede anch’essa nel consiglio comunale. Si potrebbe vedere in questo materiale per una tragicommedia francese. Cene familiari con discussioni politiche. Dibattiti tra madre e figlio su questioni di bilancio. Porte sbattute dopo le sedute del consiglio.

Ma la madre lo ha formulato in modo sorprendentemente sobrio: durante le sedute non è più suo figlio, ma il sindaco del paese.

Una frase piena di disciplina repubblicana.

La Francia ama queste frasi.

Ricordano quel rapporto quasi cerimoniale che la Repubblica coltiva con i suoi uffici. L’ufficio sta al di sopra della persona. Al di sopra delle relazioni. Della famiglia. Almeno nell’ideale.

Eppure dietro tutto quel simbolismo politico resta una domanda umana: come vive in realtà un diciannovenne con una responsabilità simile?

Ci si ricorda della propria vita a quell’età. L’incertezza. La ricerca. L’improvvisazione. Molti a diciannove anni non sanno nemmeno quali mobili comprerebbero, figuriamoci come si gestisce un comune.

Forse però in questo c’è anche una forza.

I giovani politici spesso non hanno ancora la routine del linguaggio politico. Nessuna formula levigata. Nessuna fuga automatica. Sembrano più diretti, a volte impacciati, talvolta ingenui — ma proprio questo molti cittadini oggi lo trovano piacevole. La politica in Europa si è trasformata in molti luoghi in una macchina di comunicazione perfettamente addestrata. Ogni frase testata, ogni gesto calcolato.

Un giovane sindaco di un villaggio sembra al confronto quasi una persona di un altro tempo.

Autentico.

O almeno più vicino a quell’idea di politica che i cittadini vorrebbero.

Ovviamente non si deve mitizzare la storia. La giovinezza da sola non risolve i problemi strutturali. Un sindaco ha bisogno di esperienza, pazienza e conoscenze amministrative. L’entusiasmo non sostituisce la pianificazione del bilancio. Eppure nasce l’impressione che in momenti come questi la Francia scopra una sorta di contrappunto alla propria stanchezza.

Perché il paese sembra esausto per crisi prolungate.

Gilet gialli. Proteste sulle pensioni. Polarizzazione. Rabbia. Ritiro. Sfiducia.

Allora un villaggio che consegna le chiavi del municipio a uno studente appare quasi come una piccola narrazione di speranza repubblicana.

Quasi troppo bello per essere vero.

Ma forse la politica ha proprio bisogno di storie del genere. Non come fiabe, ma come promemoria che la democrazia non consiste esclusivamente in grandi discorsi. Ma in persone che assumono responsabilità, pur sapendo che sarà faticoso.

Chi oggi diventa sindaco di un piccolo comune francese raramente sceglie il prestigio. Più spesso il servizio. La vicinanza. L’essere reperibile costantemente. Il sindaco dei piccoli luoghi resta spesso l’ultima figura dello Stato direttamente raggiungibile. Se qualcosa va storto, la rabbia arriva prima da lui.

Questo rende il caso Pellerin ancora più notevole.

Perché mentre molti coetanei cercano visibilità nei social network, lui assume un incarico che produce piuttosto invisibilità. Lavoro amministrativo invece di autopromozione. Mucchi di carta invece dell’estetica degli influencer.

In qualche modo pazzesco.

Forse è per questo che la storia tocca così tante persone. Contraddice l’immagine popolare di una giovane generazione che sarebbe ormai orientata solo alla velocità, all’autoottimizzazione e all’attenzione digitale. Invece c’è un giovane in un villaggio che si occupa di politica comunale — probabilmente la forma meno spettacolare di politica possibile.

Ed è proprio in questo che sta la dignità.

Forse persino il futuro.

Perché il problema della democrazia in Europa spesso non comincia dall’alto, ma dal basso. Nei comuni in cui i cittadini si sentono lasciati soli. Nei luoghi dove nessuno vuole più candidarsi. Dove la politica diventa il stanco obbligo di volontari invecchiati.

Quando i giovani assumono lì la responsabilità, cambia più che l’età media di un consiglio comunale.

Cambia l’atmosfera.

L’idea di a chi appartenga la politica.

La politica è uno spazio per i politici di professione? O resta un progetto collettivo, aperto a persone che non hanno ancora alle spalle una carriera pluridecennale?

Pré-Saint-Évroult fornisce una risposta silenziosa a questo.

La simbologia appare quasi letteraria. Uno studente di giurisprudenza va avanti e indietro tra università e amministrazione comunale, mentre gli abitanti più anziani gli accordano fiducia. Da questo si potrebbe facilmente fare un film francese. Uno di quei film silenziosi, in cui si tace molto e si guarda a lungo dai finestrini del treno.

E in sottofondo probabilmente risuonerebbe Charles Aznavour.

Ma al di là di ogni poesia la storia mostra qualcosa di concreto: la democrazia vive del fatto che le persone si sentano responsabili. Non un giorno qualsiasi. Non più tardi. Adesso.

Forse è proprio questo il vero messaggio di questo giovane sindaco.

Non conta solo la sua età.

Ma la disponibilità a non limitarsi a commentare la responsabilità, bensì ad assumerla.

In un’epoca in cui i dibattiti politici spesso sembrano ondate di indignazione senza fine, questa attitudine ha quasi qualcosa di vecchio stile. Nel senso migliore.

Il filosofo francese Raymond Aron scrisse una volta più o meno che la politica è l’arte di affrontare in modo razionale circostanze imperfette. Forse questa arte a volte non comincia nei ministeri, ma in villaggi come Pré-Saint-Évroult.

Là dove la politica ha ancora dei volti.

Dove i sindaci conoscono le persone a cui si guastano i lampioni.

Dove la democrazia non suona astratta, ma come la sala del paese.

E forse è per questo che la Francia guarda con tanta attenzione a Brian Pellerin. Non solo per la sua età. Ma perché la sua elezione tocca un desiderio che va ben oltre questo piccolo villaggio.

Il desiderio di una politica che appaia di nuovo più vicina.

Forse anche più giovane.

Ma soprattutto più umana.

Un articolo di M. Legrand