Il Eurovision Song Contest si presenta da decenni come una festa della musica, della diversità culturale e dell’intesa europea. Tuttavia, dietro ritornelli orecchiabili, spettacoli scenici spettacolari e i voti delle giurie nazionali si nasconde da sempre un evento altamente politico. L’edizione 2026 a Vienna lo rende più evidente che mai.
Più paesi europei hanno annunciato che boicotteranno il concorso o sospenderanno la trasmissione a causa della partecipazione di Israele. Spagna, Irlanda, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda hanno reagito così alla decisione dell’Unione europea di radiodiffusione (EBU) di mantenere Israele in gara nonostante le controversie internazionali legate alla guerra di Gaza. Così l’ESC si ritrova di nuovo al centro di un dibattito che va ben oltre la musica.
In Francia anche Stéphane Bern si è detto preoccupato per l’evoluzione del concorso. Il conduttore e commentatore di lunga data per France Télévisions ha dichiarato in diverse interviste di rammaricarsi per la crescente politicizzazione dell’evento. Per Bern l’ESC rischia di perdere la sua funzione culturale originaria e di diventare un terreno permanente di conflitti diplomatici.
Il conduttore richiama l’idea storica che sta alla base del concorso. Il Eurovision Song Contest nacque negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’obiettivo di riavvicinare culturalmente le nazioni europee. La musica doveva unire là dove la politica aveva diviso. Gli artisti, secondo Bern, non dovrebbero diventare rappresentanti di conflitti geopolitici.
La realtà del concorso è però sempre stata più complessa. Da decenni le tensioni politiche si riflettono regolarmente nell’ESC. Schemi di voto evidenti tra Stati confinanti, rivalità storiche o messaggi politici nascosti nei testi delle canzoni fanno ormai parte integrante dell’evento.
In particolare la partecipazione di Israele suscita ripetutamente controversie. Il paese partecipa all’Eurovision Song Contest dagli anni ’70 ed è stato più volte oggetto di proteste politiche. Con la guerra dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 la portata di queste tensioni si è tuttavia notevolmente aggravata.
I paesi che boicottano sostengono che la partecipazione di Israele invii, alla luce della situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, il segnale sbagliato. I critici accusano inoltre l’EBU di usare due pesi e due misure: mentre la Russia fu rapidamente esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, l’organizzazione ora mantiene Israele in gara.
L’EBU richiama invece la sua neutralità ufficiale. I partecipanti non sono i governi, ma le emittenti radiotelevisive pubbliche. Israele è rappresentato dall’emittente Kan, i cui giornalisti a volte si esprimono in modo critico anche nei confronti del governo israeliano.
Tuttavia per gli organizzatori diventa sempre più difficile sostenere in modo credibile la neutralità politica. Già in vista dell’edizione di Vienna sono state annunciate manifestazioni sia di gruppi filo-palestinesi sia filo-israeliani. In diversi paesi europei circolano inoltre appelli al boicottaggio dell’evento.
Per Stéphane Bern questo sviluppo è espressione di una crisi europea più profonda. L’ESC è stato a lungo uno dei pochi spazi simbolici in cui paesi politicamente in conflitto si ritrovavano comunque insieme su un palco. Proprio per questo osserva con preoccupazione le tensioni attuali.
In realtà l’Eurovision Song Contest non è mai stato soltanto un evento musicale. Il concorso funge da decenni da specchio delle sensazioni europee – dai conflitti geopolitici alle questioni d’identità fino ai dibattiti sociali. Ogni edizione racconta non solo delle tendenze musicali, ma anche dello stato politico dell’Europa.
L’evento di Vienna potrebbe quindi diventare una delle edizioni più simboliche della storia recente dell’ESC. Perché mentre sul palco si continuerà a cantare d’amore, libertà e unità, dietro le quinte si mostra un’Europa sempre più polarizzata politicamente.
Autore: Andreas M. Brucker