Meno di un anno prima delle elezioni presidenziali francesi del 2027, un’impressione domina già il dibattito pubblico: la prossima campagna potrebbe trasformarsi nell’elezione di tutte le crisi francesi. Raramente nella storia della Quinta Repubblica un duello presidenziale si è presentato in un clima così carico di incertezze geopolitiche, economiche, sociali e di politica identitaria.
La Francia entra progressivamente nella fase preelettorale – accompagnata da un’accentuazione di tensioni che stanno rimodellando profondamente l’equilibrio politico. La guerra in Medio Oriente, le preoccupazioni energetiche, il rallentamento economico in Europa, l’alto indebitamento pubblico, la crisi abitativa, le questioni migratorie, la violenza urbana e un crescente affaticamento democratico si intrecciano. Ogni crisi sembra rafforzare la successiva. In questo contesto, le elezioni del 2027 appaiono meno come una competizione partitica ordinaria e più come un referendum sulla capacità del Paese di restare stabile in un mondo sempre più difficile.
La fine dell’era Macron e la riorganizzazione politica
Una peculiarità di questa elezione presidenziale è l’assenza di un presidente uscente tra i candidati. Emmanuel Macron non può, per vincoli costituzionali, candidarsi per un terzo mandato consecutivo. Lascia un sistema politico che dal 2017 è stato profondamente riorganizzato, ma al tempo stesso più frammentato.
Il crollo storico dei partiti popolari tradizionali – i Socialisti a sinistra e i Repubblicani a destra – non è stato finora sostituito da un nuovo equilibrio stabile. Il centro politico, che ha visto Macron predominare per quasi un decennio, sembra sempre più logorato. Molti francesi oggi associano il macronismo a una gestione tecnocratica, che può apparire efficiente ma è percepita come distante dalle tensioni sociali e territoriali del Paese.
I movimenti di protesta degli ultimi anni – dai „Gelbwesten“ agli accesi scontri sulla riforma delle pensioni – hanno reso evidente questa estraniazione. La fiducia nelle istituzioni, nei partiti e nei media è sensibilmente diminuita. Il centro politico appare a molti elettori meno come una soluzione e più come il simbolo di un sistema che ha perso il controllo degli sviluppi sociali.
La ascesa del Rassemblement National
Mentre il centro politico perde attrattiva, il Rassemblement National (RN) si presenta più forte che mai. Jordan Bardella incarna una nuova generazione di politici nazionalisti che trova consenso ben oltre l’elettorato tradizionale della destra estrema.
La sua immagine strategicamente smussata, l’uso professionale dei social network e la costante normalizzazione del partito hanno cambiato la percezione politica. Una vittoria del RN non è più considerata una mera ipotesi marginale, ma uno scenario realistico.
Il successo del RN si alimenta di più fattori contemporaneamente: la preoccupazione per la migrazione, l’insicurezza di fronte alle crisi globali, la sensazione di declino economico e una profonda scetticismo verso le istituzioni europee. Soprattutto nelle regioni più fragili e nelle cittadine, il partito riesce sempre più a presentarsi come una forza protettiva contro la globalizzazione e la perdita di controllo.
Allo stesso tempo, Bardella beneficia del fatto che la destra repubblicana classica è ancora in cerca della propria identità politica. Le forze conservatrici, divise tra tradizione liberale in campo economico e una spinta nazional-conservatrice, non hanno finora formulato un convincente progetto alternativo.
Una sinistra frammentata nonostante temi favorevoli
Sul versante della sinistra il quadro resta contraddittorio. Sebbene disuguaglianze sociali, inflazione, cambiamento climatico e crisi dei servizi pubblici offrano temi favorevoli per la mobilitazione, la sinistra francese rimane profondamente divisa.
Fra socialisti, verdi, sinistra radicale e varie movimenti civici esistono notevoli divergenze su Europa, migrazione, politica di sicurezza e modelli economici. Non si intravede ancora un candidato comune o una leadership dominante.
A ciò si aggiunge un conflitto culturale all’interno dello stesso campo progressista. Mentre una parte della sinistra enfatizza questioni identitarie e di politica sociale, altri chiedono un ritorno ai temi socio-economici classici come il potere d’acquisto, la politica industriale e la protezione sociale. Queste tensioni rendono difficile la formazione di un’ampia coalizione politica.
Parallelamente, emerge che porzioni delle classi operaie e della piccola borghesia non votano più automaticamente a sinistra. Proprio nei contesti dove dominano insicurezza economica e questioni di sicurezza, la sinistra ha perso terreno da anni.
La politica estera e le questioni di sicurezza passano al centro
La situazione internazionale potrebbe influenzare le elezioni del 2027 più di molte campagne precedenti. I francesi osservano con crescente preoccupazione le tensioni geopolitiche: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, i conflitti in Medio Oriente, le minacce informatiche e il ritorno di una politica di potenza più tradizionale.
Di conseguenza la domanda sull’autorità presidenziale riacquista importanza. Nella cultura politica francese il capo dello Stato ha tradizionalmente un ruolo centrale come garante della stabilità nazionale e della capacità d’azione internazionale. In tempi di crisi questa aspettativa tende a intensificarsi.
I prossimi candidati dovranno quindi presentare non solo programmi di riforme economiche o sociali. Dovranno anche spiegare come intendono garantire la sovranità della Francia, la sua base industriale e la sua posizione strategica in Europa.
Soprattutto i temi della difesa, dell’approvvigionamento energetico e dell’autonomia economica sembrano destinati a crescere in importanza. La Francia si trova sempre più di fronte alla domanda di quanto controllo nazionale sia ancora possibile in un mondo globalizzato e geopoliticamente frammentato.
Una società in stato di esaurimento permanente
Tuttavia, l’incertezza forse più grande riguarda lo stato psicologico del Paese. La Francia sembra da anni segnata da una stanchezza collettiva: paura della discesa sociale, sfiducia nelle élite, esasperazione fiscale, polarizzazione mediatica e una crescente radicalizzazione dei dibattiti pubblici plasmano il clima sociale.
I social network amplificano ulteriormente questa dinamica. Le controversie politiche si diffondono più rapidamente, i dibattiti si emotivizzano, la capacità di compromesso diminuisce. La discussione pubblica è sempre più dominata da ondate di indignazione a breve termine.
Per questo motivo le elezioni presidenziali del 2027 potrebbero essere meno influenzate dai programmi di partito tradizionali e più dagli stati d’animo emotivi: paura, rabbia, esaurimento, bisogno di sicurezza o il desiderio di una rottura politica radicale.
Si concentrano così diverse domande centrali: la Francia può ancora plasmare da sola il proprio futuro economico? Come finanziare lo Stato sociale senza far lievitare ulteriormente il debito pubblico? Fino a che punto deve arrivare il controllo delle migrazioni? Qual è l’equilibrio accettabile tra sicurezza e libertà individuali? E quale ruolo vuole assumere la Francia in un mondo che cambia geopoliticamente a grande velocità?
Le elezioni presidenziali del 2027 dunque molto probabilmente non decideranno solo chi governerà la Francia. Potrebbero rivelare fino a che punto i francesi hanno ancora fiducia nel loro Paese – e quale idea di stabilità, identità e capacità di futuro vogliono preservare in un’epoca di crisi permanente.
Autore: Andreas M. Brucker