Quando Emmanuel Macron riceve oggi il primo ministro libanese Nawaf Salam al Palazzo dell’Eliseo, si tratta di qualcosa di più di un appuntamento diplomatico nel calendario della Repubblica. È un momento di autoconsapevolezza della politica estera francese – e al tempo stesso un banco di prova della sua efficacia.
Il Libano si trova nuovamente sull’orlo di un’escalation. Il fragile cessate il fuoco con Israele è meno un segno di stabilità che un’espressione di reciproca deterrenza. In questo spazio la Francia cerca di affermare il proprio ruolo di forza ordinatrice. La domanda, tuttavia, è se sia ancora in grado di svolgere questo ruolo.
L’illusione della governabilità
Parigi formula obiettivi chiari: garantire il cessate il fuoco, rafforzare la sovranità statale, ripristinare il monopolio della forza. Questa agenda è razionale – eppure in larga misura aspirazionale. Poiché presuppone uno Stato funzionante, che in Libano ormai difficilmente esiste in questa forma.
La presenza di Hezbollah non è soltanto un problema di sicurezza, ma l’espressione di una realtà politica più profonda: lo Stato libanese è frammentato, la sua autorità è condivisa, le sue istituzioni sono indebolite. Chi parla qui di sovranità si muove necessariamente nel campo di tensione tra pretesa normativa e impotenza di fatto.
La Francia lo sa. Eppure si attiene alla propria retorica – non da ultimo perché mancano alternative.
La vicinanza storica come fardello strategico
La relazione speciale tra la Francia e il Libano è stata spesso descritta come un vantaggio. In realtà, oggi è altrettanto un peso. Genera aspettative che politicamente sono difficili da soddisfare.
Parigi si vede in un ruolo che l’ha storicamente caratterizzata: come potenza protettrice, come mediatrice, come garante di un certo ordine. Tuttavia, le coordinate geopolitiche sono cambiate. Attori come l’Iran o l’Arabia Saudita determinano oggi in modo decisivo la dinamica della regione. La Francia resta un fattore rilevante, ma non decisivo.
Proprio qui risiede il dilemma: la vicinanza storica impone impegno, ma non conferisce capacità di imporsi.
Il multilateralismo come necessità, non come scelta
Il coinvolgimento di attori internazionali non è per Parigi un’opzione, bensì una necessità. L’UNIFIL è esemplare di questo approccio: simboleggia la presenza internazionale, senza poter risolvere i conflitti strutturali.
Lo stesso vale per l’Unione europea. Può mobilitare sostegno finanziario e richiedere riforme. Tuttavia, anch’essa resta dipendente dalla disponibilità alla cooperazione delle élite locali e dall’evoluzione della situazione di sicurezza sul posto.
La visita di Salam in Europa è quindi meno espressione di iniziativa diplomatica che un segno di dipendenza strutturale.
Il ruolo della Francia all’ombra di potenze maggiori
La realtà del Medio Oriente è una realtà di politica di potenza. In essa la Francia agisce come potenza intermedia con mezzi limitati. Può mediare, fare appelli e sostenere, ma non decidere.
Le linee strategiche passano altrove: tra Teheran e Tel Aviv, tra rivalità regionali e interessi globali. In questo contesto la Francia si muove più come catalizzatore che come attore dotato di un proprio potere di influenza.
Ciò non diminuisce l’importanza del suo impegno. Ne ridimensiona tuttavia la portata.
I limiti dell’ambizione politica
La politica di Macron sul Libano è caratterizzata da una tensione: la pretesa di esercitare influenza e la consapevolezza dei propri limiti. Le esperienze dal 2020 hanno mostrato quanto sia difficile avviare riforme dall’esterno.
La crisi libanese non è soltanto una conseguenza di fattori esterni, ma il risultato di un sistema di patronato politico e debolezza istituzionale sviluppatosi nel corso dei decenni. Chi vuole ottenere cambiamenti in questo contesto ha bisogno di più della pressione diplomatica: ha bisogno di una dinamica interna che al momento è difficilmente riconoscibile.
La Francia può accompagnare questo processo, ma non dirigerlo in modo determinante né tantomeno sostituirlo.
Un bilancio sobrio
L’incontro all’Eliseo non rappresenta quindi né una svolta né una mera politica simbolica. È l’espressione di una politica consapevole dei propri mezzi limitati e che tuttavia agisce.
Per il Libano, ciò rappresenta un’opportunità per mobilitare il sostegno internazionale. Per la Francia, è un ulteriore tentativo di definire il proprio ruolo in una regione complessa.
La domanda decisiva rimane aperta: una potenza di medie dimensioni può ancora esercitare un’influenza attiva in un contesto sempre più multipolare, oppure la sua influenza si limita alla gestione delle crisi?
La risposta non risiederà in un singolo incontro. Ma si definirà anche in momenti come questi.
P.T.