La lotta per il cosiddetto «socle commun» – il fondamento politico comune del centro e della destra moderata – è ora ufficialmente aperta. Con la designazione di Gabriel Attal come candidato preferito di Renaissance per le elezioni presidenziali del 2027, la politica francese entra in una fase di primarie permanenti. Tre uomini cercano ora di incarnare la stessa promessa politica: impedire un nuovo duello finale tra il Rassemblement National e l’estrema sinistra.
Il problema è che Gabriel Attal, Édouard Philippe e Bruno Retailleau si rivolgono in larga misura allo stesso elettorato, ma seguono strategie fondamentalmente diverse.
Da mesi Édouard Philippe cerca di stabilire un atteggiamento presidenziale classico: distanza da uomo di Stato, apparizioni pubbliche parsimoniose, serietà internazionale e l’immagine di stabilità politica. Vuole apparire come l’uomo in grado di riportare calma e ordine dopo gli anni di frammentazione macronista.
Gabriel Attal invece persegue esattamente la strategia opposta. Presenza mediatica costante, viaggi permanenti per il paese, dichiarazioni offensive e una retorica politica nettamente più nervosa: l’ex primo ministro punta su ritmo, visibilità e sull’incarnazione generazionale di un nuovo stile politico.
Bruno Retailleau, a sua volta, cerca di ricostruire una destra orientata all’autorità, per riconquistare gli elettori conservatori che simpatizzano sempre più per Jordan Bardella, senza però passare direttamente al Rassemblement National.
Dietro questa competizione personale si nasconde tuttavia una questione molto più fondamentale: questo famoso «socle commun» esiste ancora?
Questa alleanza era nata dall’avvicinamento progressivo tra il centro politico del macronismo e parti della destra repubblicana dopo gli anni di crisi del 2024. In origine questo schieramento appariva soprattutto come una coalizione governativa pragmatica per assicurare maggioranze parlamentari. Oggi sembra sempre più uno spazio politico privo di un’asse ideologica chiara.
Il paradosso è evidente. Tutti i protagonisti sottolineano pubblicamente la necessità di unità e mettono in guardia contro la frammentazione del campo moderato. Allo stesso tempo però ciascuno costruisce da tempo la propria macchina presidenziale. I dibattiti su possibili primarie aperte rendono questo contrasto particolarmente visibile: nessuno sembra davvero disposto a mettersi alle spalle di un rivale.
Gabriel Attal possiede senz’altro qualità che ad alcuni dei suoi concorrenti mancano in parte. A 37 anni domina quasi perfettamente i meccanismi moderni della comunicazione politica. In particolare tra gli elettori urbani e con formazione accademica continua ad avere alta visibilità e capacità di mobilitazione.
Ed è proprio in questo che sta la sua debolezza. La sua identità politica rimane strettamente legata al macronismo in declino – e quindi a una fase politica che molti francesi ormai associano a instabilità istituzionale, stanchezza delle riforme e logoramento del potere.
Édouard Philippe beneficia invece di un’immagine decisamente più presidenziale nei sondaggi. La sua strategia prudente comporta però anch’essa dei rischi. La cautela politica può in un’opinione pubblica sempre più polarizzata essere rapidamente percepita come semplice opportunismo o come passività politica.
A Bruno Retailleau riesce invece, con la sua linea marcatamente conservatrice di destra, di costruire all’interno dei Républicains una base militante stabile. Allo stesso tempo però proprio questa nettezza ideologica ostacola la sua capacità di attrarre elettori del centro politico e di formare un’alleanza più ampia.
La vera sfida per questo schieramento centrista e conservatore potrebbe però trovarsi altrove. Mentre le forze moderate si perdono in rivalità interne, Jordan Bardella e gli estremi politici beneficiano di una leggibilità politica molto più chiara. Una crescente parte dell’opinione pubblica sembra ormai preferire linee politiche semplici e facilmente riconoscibili alle grandi coalizioni ideologicamente sfocate.
Le elezioni presidenziali del 2027 potrebbero quindi essere meno una disputa sui programmi e più una competizione sull’incarnazione politica e sullo stile di leadership. Ed è proprio in questa contesa che il «socle commun» rischia di perdere il suo vero centro politico.
Autore: P. Tiko