La morte di due alpinisti sul Monte Bianco ha riportato al centro del dibattito una vecchia questione con nuova urgenza. Dopo una caduta di massi nel famigerato corridoio del Goûter, due alpinisti cechi hanno perso la vita quando la loro cordata di tre persone è precipitata nella notte. L’incidente è avvenuto proprio in un periodo in cui gli esperti avevano avvertito da giorni di temperature eccezionalmente elevate e di un rischio di caduta massi notevolmente aumentato.
Il corridoio del Goûter è considerato da decenni il tratto più pericoloso della via normale verso la vetta più alta delle Alpi. Le cadute di massi fanno parte della quotidianità. Ma quest’estate il rischio si manifesta prima e con maggiore intensità del solito. Le condizioni di metà luglio ricordano già quelle che normalmente si verificano soltanto verso la fine dell’estate.
La causa è nascosta nelle profondità della montagna.
Il cosiddetto ghiaccio del permafrost agisce nelle pareti rocciose d’alta montagna come un collante naturale. Finché il sottosuolo permanentemente ghiacciato rimane stabile, tiene insieme i blocchi di roccia. Quando questo ghiaccio si scioglie, le rocce perdono stabilità. Ne conseguono crolli rocciosi e cadute di massi sempre più frequenti, spesso senza alcun preavviso. È proprio questa l’evoluzione che i glaciologi osservano da anni nelle Alpi. Il cambiamento climatico non trasforma l’alta montagna in modo graduale, ma in maniera sempre più evidente.
I due alpinisti morti nell’incidente si trovavano in cordata con una terza persona quando, verso le due e mezza del mattino, si è staccata una scarica di pietre. Sebbene molti alpinisti partano consapevolmente nelle prime ore del mattino per evitare i pericoli del calore diurno, ormai spesso neppure le fresche ore notturne sono più sufficienti. Se le temperature restano elevate per molte ore, la roccia continua a perdere stabilità anche di notte.
È proprio qui che risiede la vera sfida.
Per molto tempo primavera ed estate sono state considerate la stagione classica per salire il Monte Bianco. Nel frattempo, queste finestre temporali si stanno spostando in modo evidente. Molte guide alpine stanno già adattando le loro escursioni e preferiscono la primavera o l’inizio dell’estate, quando la neve e il terreno ghiacciato stabilizzano ancora meglio la roccia. Questo non elimina ogni rischio, ma migliora sensibilmente le condizioni.
Sul versante italiano del Monte Bianco, alcune ascensioni sono già state temporaneamente sospese a causa del caldo eccezionale. In Francia la situazione è più complessa. La vetta rimane in linea di principio raggiungibile, ma la responsabilità di un’escursione ricade più che mai sulle guide alpine e sugli alpinisti stessi. I bollettini meteorologici da soli non bastano più da tempo. Decisiva è l’evoluzione delle temperature nell’arco di più giorni e il loro effetto sui ghiacciai e sulla roccia.
Gli alpinisti esperti riferiscono già da anni che gli itinerari conosciuti stanno cambiando. I ghiacciai si ritirano visibilmente, i nevai scompaiono e percorsi che un tempo erano considerati relativamente sicuri richiedono oggi molta più attenzione. C’è chi guarda un itinerario che dieci anni fa aveva percorso senza problemi e quasi non lo riconosce più. È davvero impressionante, ma allo stesso tempo è la realtà delle Alpi.
Gli eventi attuali mostrano quindi più di un tragico caso isolato. Rappresentano un cambiamento fondamentale nell’alta montagna. I pericoli oggettivi cambiano più rapidamente di molte abitudini e programmi di ascensione. Chi oggi desidera salire una vetta oltre i quattromila metri non deve essere soltanto in buona forma fisica, ma anche valutare attentamente le nuove condizioni climatiche.
La domanda decisiva non è più da tempo se un’ascensione al Monte Bianco sia fondamentalmente possibile. Al centro dell’attenzione c’è piuttosto il momento giusto. Con ogni stagione insolitamente calda, si accorcia la finestra temporale in cui un’escursione può svolgersi in condizioni di sicurezza accettabili. La vetta più alta delle Alpi resta una meta affascinante, ma oggi richiede più rispetto, più flessibilità e soprattutto una nuova comprensione di un ambiente montano che cambia più rapidamente che mai.
Di C. Hatty