Fa parte delle rivoluzioni silenziose della Repubblica francese il fatto che oggi non si discutano più solo le decisioni politiche in pubblico, ma sempre più anche il corpo del presidente. Ciò che prima era considerato una faccenda strettamente privata è ormai parte dell’osservazione democratica permanente. La salute del capo dello Stato non è più un segreto di Stato, ma un segnale politico.
La storia francese conosce una lunga tradizione di silenzio. Charles de Gaulle lasciava trapelare pochissime informazioni sul suo stato fisico. Georges Pompidou mantenne nascosta fino alla fine la sua grave malattia. François Mitterrand divenne invece in seguito quasi l’emblema di quella cultura repubblicana dell’occultamento: la sua malattia cancerosa fu per anni sistematicamente minimizzata, i bollettini medici abbelliti, i dubbi respinti. La presidenza appariva allora ancora come un’istituzione al di sopra delle regole ordinarie di trasparenza.
Dietro questo silenzio vi era una certa concezione dello Stato. La Quinta Repubblica era stata consapevolmente costruita da de Gaulle come una sorta di monarchia repubblicana. Il presidente doveva incarnare stabilità, autorità e continuità nazionale. La malattia non si conciliava con questa immagine. La debolezza avrebbe potuto danneggiare l’ordine politico stesso.
Oggi prevale invece la logica opposta.
Emmanuel Macron si mostra mentre corre, i politici pubblicano dati sulla salute, i candidati alle elezioni dimostrano fitness, vitalità e resistenza. Contemporaneamente stanchezza, perdita di peso o anche un semplice colpo di tosse vengono commentati in pochi minuti sui social network. Il corpo del presidente è diventato una superficie di proiezione pubblica.
In ciò si manifesta un profondo cambiamento delle democrazie moderne. La trasparenza è ormai considerata una condizione fondamentale della democrazia. I cittadini chiedono visibilità, autenticità e rendicontazione permanente. Ma proprio questa totale visibilità mina al tempo stesso quella distanza da cui un tempo nasceva l’autorità politica.
Oggi il presidente deve essere molte cose contemporaneamente: forte nella guida, umano, accessibile, empatico, dinamico e allo stesso tempo inespugnabile. La vulnerabilità è attesa — la debolezza invece non è tollerata. Da ciò nasce una contraddizione permanente della politica moderna.
I social media accentuano radicalmente questo sviluppo. Un tempo le élite politiche controllavano il flusso di informazioni. Oggi un’opinione pubblica digitale analizza ogni gesto, ogni cambiamento del volto, ogni traccia di affaticamento. La politica diventa psicologizzata, personalizzata ed emotivizzata. Non sono più sotto osservazione solo le decisioni, ma anche le condizioni fisiche e mentali degli stessi decisori.
La Francia è particolarmente adatta come esempio di questo sviluppo, perché il contrasto difficilmente potrebbe essere maggiore: dalla quasi sacralità della presidenza di de Gaulle all’osservazione costante del presente. Il monarchico repubblicano è diventato il presidente di vetro.
La vera domanda non è dunque più quanto pubblico un presidente debba sopportare. La domanda decisiva è se l’autorità politica possa ancora sviluppare sotto condizioni di visibilità permanente quella stabilità su cui un tempo si fondava la Quinta Repubblica.
P.T.