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Nachrichten.fr · May 30, 2026

Dove la Costa Azzurra si fa più silenziosa

La Costa Azzurra appartiene a quei luoghi che si sono ormai distaccati dalla loro realtà geografica. Esiste come promessa, come immagine di desiderio, come cartolina accuratamente lucidata. Nizza, Cannes, Monaco – basta pronunciare questi nomi per evocare interi mondi di immagini: yacht scintillanti, passeggiate bordate di palme, ombrelloni bianchi davanti ad acque azzurro intenso. Chi pensa alla Riviera, pensa al mare.

E proprio qui risiede il paradosso.

Perché a pochi chilometri dalle spiagge inizia un paesaggio che con questa immagine ha poco in comune. Lì le montagne si innalzano. Le strade si snodano tra gole e boschi. I villaggi si aggrappano alle pendici ripide come nidi di rondine. Il Mar Mediterraneo resta visibile, ma perde il suo ruolo principale. Nell’entroterra delle Alpes-Maritimes sta nascendo una nuova attenzione verso quella regione che per decenni è rimasta nell’ombra del bagliore costiero.

Forse è servita proprio la sovrabbondanza di ciò che è noto affinché ciò che è sconosciuto tornasse interessante.

Mentre sulle spiagge le sdraio sono vicine l’una all’altra, molti viaggiatori cercano oggi qualcosa di diverso. Meno scenario, più realtà. Meno spettacolo, più storia. L’entroterra offre proprio questo – e senza grandi mise en scène.

Questo cambio di prospettiva è particolarmente evidente nei Monts d’Azur. Qui i visitatori scoprono sempre più il paesaggio da una prospettiva insolita: dall’alto.

Il parapendio, che un tempo era uno sport di nicchia per gli amanti dell’avventura, si sta trasformando qui in una nuova forma di viaggio. Chi si lascia sollevare in aria da una vela sopra le creste montuose, vive la regione come una mappa topografica viva. Sotto i piedi scorrono boschi scuri. Sciogli di roccia calcarea emergono da valli profondamente incise. In lontananza il Mediterraneo brilla come una linea d’argento all’orizzonte.

Dal basso le montagne spesso appaiono massicce e immobili.

Dall’alto raccontano storie.

Si riconoscono vecchi sentieri, campi terrazzati abbandonati e la singolare logica di un paesaggio plasmato da secoli d’interazione tra uomo e natura. La costa sembra improvvisamente lontana. Quasi secondaria.

Chi l’avrebbe detto che proprio un volo nella termica avrebbe potuto aprire lo sguardo sulla vera Costa Azzurra?

Ma l’entroterra non vive solo dei suoi panorami. La sua vera forza è più profonda. Sta negli strati del tempo.

Un luogo lo rende meglio di qualunque altro: La Turbie.

Alta sopra Monaco si erge lì il Trophée d’Auguste, un monumento che era già antico quando la maggior parte delle capitali europee non esisteva ancora. Oltre duemila anni fa l’imperatore Augusto fece erigere questa costruzione imponente per celebrare le sue vittorie sui popoli delle Alpi. Il monumento un tempo doveva essere alto circa cinquanta metri. Nel mondo di allora doveva apparire come una dimostrazione di potere in pietra.

Oggi mancano parti della costruzione originaria. Eppure il luogo possiede una presenza sorprendente.

Ci si posa tra le pietre chiare e si guarda il mare, la costa e le montagne. Monaco giace ai piedi del monumento come una città in miniatura. Dietro si dissolve l’Italia sull’orizzonte.

Ci sono punti panoramici che impressionano.

E ci sono punti panoramici che rendono visibili le connessioni.

La Turbie appartiene a questa seconda categoria.

Improvvisamente diventa chiaro perché i Romani scelsero proprio questo luogo. Qui si incrociavano vie, interessi e territori di potere. Le Alpi non erano viste come un paesaggio romantico, ma come una chiave strategica. Chi controllava i passaggi, controllava il commercio, i movimenti militari e la comunicazione.

La storia in luoghi simili non appare come un capitolo di libro di scuola. È tangibile, quasi presente.

Forse è in questo che risiede uno dei grandi fascini dell’entroterra. Il passato non è dietro vetri. Lo si incontra nei mercati, sui muri delle chiese o lungo antichi sentieri.

E talvolta persino nel piatto.

A qualche chilometro più a est, sopra Mentone, si trova Castellar. Il villaggio è uno di quei posti che si potrebbero facilmente trascurare. Vicoli stretti, facciate in pietra naturale, persiane colorate sbiadite. Nulla impone la propria presenza. Nulla grida per attirare l’attenzione.

Eppure è proprio qui che sopravvive una tradizione culinaria che va ben oltre un semplice piatto regionale.

La Barba Jouan.

Già il nome suona come un personaggio di un’antica storia di villaggio.

Si tratta di ravioli fritti, tradizionalmente ripieni di bietole. A prima vista sembrano semplici. Quasi insignificanti. Ma chi parla con chi li produce da generazioni si accorge presto che qui si conserva più di una ricetta.

È questione di memoria.

Di gesti che le nonne hanno trasmesso ai nipoti.

Di cucine dove nuvole di farina danzavano nell’aria e storie familiari venivano raccontate tra sfoglie e farciture.

La pasta deve essere sottile, dicono i produttori. Molto sottile. Solo così il ripieno può esprimere pienamente il suo valore. Ogni piega è al posto giusto. Ogni raviolo è creato con una cura che nel mondo degli alimenti industriali sembra quasi fuori tempo.

E proprio per questo oggi queste specialità toccano più profondamente molte persone di qualsiasi cucina stellata.

Raccontano di appartenenza.

Di una regione che non ha bisogno di reinventare la propria identità perché non l’ha mai completamente persa.

Mentre molte aree rurali europee cercano una nuova definizione di sé, molti comuni delle Alpes-Maritimes riscoprono i propri tesori culturali. Antichi mestieri trovano nuovo valore. Tradizioni storiche si trasformano in risorse per il futuro. Giovani imprenditori aprono piccole manifatture. Produttori locali presentano peculiarità regionali con rinnovata consapevolezza.

Non è affatto qualcosa di nostalgico.

Piuttosto una forma silenziosa di modernità.

Perché il viaggiatore contemporaneo non cerca più solo attrazioni turistiche. Cerca esperienze. Incontri. Storie che non si possono semplicemente riprodurre a piacimento.

Un selfie davanti a uno yacht di lusso è uguale all’altro.

Una conversazione con un panettiere di paese su una ricetta di famiglia resta impressa nella memoria.

Forse è questo a spiegare la recente ascesa dell’entroterra. Offre qualcosa che in molte mete famose scarseggia: sorprese.

La regione non tenta nemmeno di competere con Monaco in termini di glamour o con Cannes per la celebrità. Punta su valori diversi. Su paesaggi che non sembrano troppo curati. Su una storia che può indossare la sua patina. Su villaggi la cui bellezza si svela solo a un secondo sguardo.

In questo risiede una notevole serenità.

E forse anche una piccola lezione.

Non tutte le regioni devono essere rumorose per essere ascoltate.

Non tutti i luoghi necessitano di grandi attrazioni per toccare le persone.

Tra le rotte di volo dei parapendii, le pietre antiche del Trophée d’Auguste e i Barba Jouan fatti a mano nasce una nuova narrazione della Costa Azzurra. Una narrazione in cui il lusso ha un ruolo marginale. Ciò che conta è il paesaggio, la memoria e la profondità culturale.

Chi si apre a tutto ciò scoprirà una Riviera al di là di ogni cliché.

Una Riviera che non luccica, ma brilla.

E proprio in questo sta il suo incanto speciale.

Un articolo di M. Legrand