Ancora pochi anni fa Keir Starmer era considerato il modernizzatore sobrio che avrebbe dovuto riportare il Partito Laburista britannico al centro politico dopo le fratture ideologiche dell’era Corbyn. La sua vittoria alle elezioni parlamentari era stata interpretata da molti osservatori come l’inizio di una nuova stabilità. Ma ora l’euforia è svanita. Risultati deludenti alle elezioni comunali, calo dei consensi e crescente resistenza all’interno dello stesso partito hanno messo Starmer in una posizione difensiva.
Particolarmente gravoso è il fatto che le critiche non provengano più solo dalle tradizionali ali di sinistra del partito. Anche parlamentari laburisti pragmatici esprimono sempre più dubbi sulla linea strategica di Starmer. Molti gli rimproverano di aver disciplinato il partito a livello organizzativo, ma di non avergli fornito un progetto politico convincente. In una fase di incertezza economica, alti costi della vita e crescita debole, secondo molti critici al Labour manca una chiara visione di politica economica.
Starmer ha reagito agli attacchi cercando di rafforzare in modo dimostrativo la sua autorità. Riorganizzazioni nel circolo dei consiglieri, un controllo più rigoroso dei dibattiti interni al partito e richieste pubbliche di lealtà dovevano segnalare unità. In realtà, ciò ottiene spesso l’effetto contrario. Diversi collaboratori di rilievo hanno lasciato l’entourage del primo ministro negli ultimi mesi, mentre i conflitti interni al partito vengono sempre più affrontati pubblicamente. L’immagine di un governo litigioso danneggia significativamente la credibilità.
Si aggiungono scandali politici e problemi di comunicazione che minano ulteriormente la fiducia. Gli avversari accusano Starmer di uno stile di leadership tecnocratico privo di passione politica. I sostenitori sostengono invece che proprio il suo modo fattuale potrebbe garantire stabilità al Regno Unito dopo anni di turbolenze populiste. Ma nella realtà politica di Londra non conta solo la competenza amministrativa. È fondamentale anche la capacità di tenere unito emotivamente un partito e rappresentare in modo credibile le aspettative della società.
All’interno del Labour cresce quindi la nervosismo. Alcuni deputati temono già che il partito possa perdere ancora più consenso nelle prossime elezioni, se il governo non riuscirà a mostrare successi economici. Dietro le quinte circolano sempre più speculazioni su possibili successori. Un immediato rovesciamento di Starmer appare ancora improbabile, ma la dinamica ricorda lotte di potere passate nei partiti britannici, in cui un malcontento latente improvvisamente si trasformava in rivolte aperte.
I prossimi mesi saranno quindi decisivi. Se Starmer non riuscirà a stabilizzare la situazione economica e a dare al suo governo un profilo più chiaro, una crisi di leadership potrebbe rapidamente trasformarsi in una questione di esistenza per il suo futuro politico. Per il Labour in gioco c’è molto di più della sola figura del primo ministro. Si tratta della questione fondamentale su quale identità politica il partito voglia incarnare nella Gran Bretagna post-conservatrice del XXI secolo.
La guerra in Ucraina entra in una nuova fase
Intorno alla parata della vittoria di Mosca del 9 maggio si è manifestata una nervosità nel Cremlino, che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Le autorità russe hanno aumentato massicciamente le misure di sicurezza, temendo che i droni ucraini potessero addirittura raggiungere Piazza Rossa. Il presidente Volodymyr Zelensky ha reagito con un’ironica dimostrazione e ha dichiarato pubblicamente di “permessi” la parata e di non compiere alcun attacco. Mosca ha risposto duramente, affermando che non serviva alcuna autorizzazione ucraina.
L’episodio è emblematico di un notevole spostamento nell’equilibrio di forze del conflitto. La Russia appare sempre più difensiva – militarmente, politicamente e psicologicamente. Allo stesso tempo, l’Ucraina si presenta con maggiore sicurezza rispetto a qualsiasi momento dall’inizio dell’invasione.
In Russia si diffonde la stanchezza da guerra. Il conflitto dura ormai più a lungo della lotta sovietica contro la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. Ma a differenza di allora, oggi manca la sensazione di una missione storica o di una vittoria trionfale. I guadagni territoriali russi sul fronte rimangono limitati e vengono pagati con enormi perdite. Si stima siano morti centinaia di migliaia di soldati dall’inizio della guerra. Inoltre, i droni e i missili da crociera ucraini colpiscono sempre più frequentemente obiettivi profondi nel retroterra russo – tra cui installazioni militari, raffinerie e infrastrutture.
Per Vladimir Putin si crea una doppia pressione: deve non solo controllare la guerra al fronte, ma anche sempre più l’umore nel proprio paese. Sebbene il suo consenso rimanga alto, l’entusiasmo per la guerra diminuisce visibilmente.
Dall’altra parte ucraina invece il tono è cambiato. Zelensky appare meno dipendente dall’Occidente rispetto a due anni fa. L’Ucraina ha notevolmente ampliato la propria industria bellica e si è guadagnata soprattutto nel campo della tecnologia dei droni un vantaggio strategico. I sistemi ucraini sono ora considerati a livello internazionale altamente moderni e collaudati in combattimento.
Ciò cambia anche la dinamica diplomatica. Mentre Kiev in passato si poneva quasi esclusivamente come destinatario di aiuti occidentali, il paese viene sempre più percepito come partner militare e tecnologico. Gli stati del Medio Oriente sono interessati alle competenze ucraine in difesa aerea e tecnologia dei droni. Persino gli USA attingono in modo mirato al know-how ucraino.
Decisivo è soprattutto il ruolo dei droni. La guerra in Ucraina mostra come le tecnologie asimmetriche possano mettere in discussione la superiorità militare tradizionale. Sistemi piccoli e relativamente economici permettono a uno stato minore di imporre a una grande potenza militare costi elevati in modo duraturo.
Tuttavia, sarebbe prematuro parlare di una svolta strategica. La Russia continua a disporre di enormi riserve di personale e materiale. Con l’estate le offensive al fronte potrebbero nuovamente intensificarsi. Inoltre, rimane incerto come evolverà la politica americana – in particolare in caso di un nuovo cambio di potere a Washington.
La guerra ha già fornito una lezione fondamentale: per le grandi potenze la sottomissione militare di stati più piccoli è diventata più rischiosa che mai. I droni, la guerra digitale e le strategie difensive flessibili cambiano in modo duraturo le regole dei conflitti moderni.
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