Il 18 giugno 1940 è oggi considerato la data di fondazione della Résistance francese. Quasi nessun altro evento è così profondamente radicato nella memoria nazionale della Francia come l’appello di Charles de Gaulle dall’esilio londinese. Ogni anno viene ricordato, le scuole lo insegnano come punto di svolta nella storia francese e la successiva Quinta Repubblica lo eleva a uno dei suoi miti fondativi centrali.
Tuttavia, dietro la forza simbolica dell'”Appel du 18 juin” si cela un paradosso storico che spesso passa in secondo piano: quando Charles de Gaulle si rivolse al microfono della BBC, agì contro le istruzioni del governo francese allora legittimo. Dal punto di vista della legge vigente, il suo comportamento rappresentava una forma di disobbedienza. Dal punto di vista delle generazioni successive, proprio questa disobbedienza divenne un atto di salvezza nazionale.
La Francia sull’orlo del baratro
Nel giugno 1940 la Francia si trovava in una delle crisi più gravi della sua storia. La campagna tedesca in Occidente aveva infranto le linee di difesa francesi in poche settimane. La Wehrmacht avanzava rapidamente, Parigi veniva abbandonata e milioni di persone erano in fuga.
Il 16 giugno il maresciallo Philippe Pétain, eroe di Verdun della Prima Guerra Mondiale, assunse il governo. Già il giorno successivo dichiarò in un discorso radiofonico che bisognava “fermarsi nella lotta”. Il governo decise di negoziare un armistizio con il Reich tedesco.
Per molti francesi questo passo appariva allora inevitabile. La sconfitta militare sembrava totale. L’alternativa sarebbe stata continuare la guerra dall’Africa settentrionale, un’opzione che pochi decisori politici e militari consideravano seriamente.
Un generale senza basi di potere
Charles de Gaulle non era affatto la figura guida nazionale che le generazioni successive avrebbero riconosciuto in lui. Il 49enne era stato promosso da poco brigadiere generale a tempo determinato. Inoltre ricopriva da pochi giorni l’incarico di sottosegretario alla guerra e difesa nazionale.
Politicamente non godeva di legittimazione democratica. Non era né capo del governo né comandante supremo. Non comandava truppe importanti né rappresentava un movimento politico consolidato.
La sua influenza si basava soprattutto sulle sue convinzioni strategiche. Già prima della guerra aveva spinto per una modernizzazione delle forze armate e un maggiore uso di unità corazzate. Molti suoi avvertimenti erano stati ignorati dalla leadership militare.
Quando giunse la sconfitta, De Gaulle non fu solo un oppositore della capitolazione, ma anche un critico dell’élite politica e militare che aveva condotto la Francia alla catastrofe.
Il volo verso Londra
Il 17 giugno 1940 De Gaulle lasciò Bordeaux su un aereo britannico diretto a Londra. Questa scelta non era affatto scontata.
Il governo francese aveva chiaramente scelto la strada dell’armistizio. De Gaulle si sottrasse consapevolmente a questa linea politica. Pur essendo formalmente ancora membro del governo, rifiutò di obbedire alla decisione centrale di quest’ultimo.
Giuridicamente si trovava in una zona grigia. Politicamente, però, il suo gesto rappresentava una sfida aperta all’autorità statale.
A Londra trovò un alleato decisivo: il primo ministro britannico Winston Churchill. Questi riconobbe presto il valore propagandistico e politico di un rappresentante francese disposto a proseguire la lotta contro la Germania. Churchill gli garantì accesso alla BBC e quindi a un pubblico che in Francia non poteva più raggiungere.
Un discorso contro la politica ufficiale
La sera del 18 giugno De Gaulle parlò ai francesi dalla BBC.
Il suo messaggio era semplice e al contempo rivoluzionario: la Francia aveva perso una battaglia, ma non la guerra. La forza industriale dell’impero britannico e le risorse economiche degli Stati Uniti avrebbero deciso alla fine la lotta. Perciò la resistenza doveva continuare.
De Gaulle invitò ufficiali, soldati, ingegneri e operai specializzati a recarsi in Gran Bretagna per continuare la guerra al fianco degli Alleati.
Questa dichiarazione non era autorizzata. Contraddiceva direttamente la politica ufficiale del governo francese. Mentre Pétain preparava l’armistizio, De Gaulle dichiarava di fatto che la Francia doveva continuare a combattere.
Ne nacque un conflitto fondamentale fra legalità e legittimità.
Il traditore del 1940
Dal punto di vista delle autorità francesi dell’epoca, De Gaulle non era un eroe, ma un ribelle.
Dopo l’armistizio si instaurò a Vichy un nuovo regime guidato da Pétain che considerava le attività di De Gaulle tradimento verso lo Stato e l’esercito.
Il 2 agosto 1940 un tribunale militare condannò il generale in contumacia a morte con accuse che includevano diserzione, alto tradimento e compromissione della sicurezza esterna dello Stato.
La decisione evidenzia quanto fosse incerta la situazione storica all’epoca. Oggi il percorso di De Gaulle appare quasi inevitabile. I contemporanei spesso la pensavano diversamente. Molti francesi appoggiavano inizialmente Pétain, il cui prestigio come eroe di guerra era enorme. L’esito successivo della guerra nel 1940 non era per nulla scontato.
De Gaulle dunque agì non sulla base di un successo certo, ma in condizioni di rischi politici e personali significativi.
La questione della legittimità superiore
Il nocciolo del dibattito storico rimane tuttora quale forma di legittimità debba prevalere.
Il governo di Pétain era stato inizialmente legalmente costituito. Possedeva continuità istituzionale e autorità statale. De Gaulle invece agì senza mandato e contro le decisioni del governo.
La sua difesa si fondava su una diversa concezione della legittimità politica. Per lui la Francia era più del suo governo attuale. Uno Stato che si arrende al nemico e accetta le sue condizioni politiche può sopravvivere giuridicamente, ma perde la sua legittimazione morale e nazionale.
In questa visione, non era Vichy a rappresentare la vera continuità della Francia, bensì la “France libre”, le Forze Francesi Libere e la lotta continua al fianco degli Alleati.
Dopo la liberazione della Francia questa interpretazione divenne la dottrina ufficiale dello Stato. La Repubblica dichiarò che la legittima continuità dello Stato francese non era rappresentata da Vichy, bensì dal movimento della Francia Libera.
La nascita di un mito nazionale
C’è infine un’altra constatazione storica che per lungo tempo è stata poco considerata: il celebre appello del 18 giugno fu ascoltato in diretta da pochissimi francesi.
La copertura della BBC era limitata, molte persone non avevano accesso alle trasmissioni e gli eventi drammatici di quei giorni offuscarono l’impatto del discorso. Il testo oggi noto non corrisponde inoltre completamente al contenuto originario del discorso radiofonico, ma fu pubblicato successivamente sui giornali e simbolicamente esaltato negli anni del dopoguerra.
Il mito quindi non nacque in una sola sera. Si sviluppò gradualmente durante la guerra e assunse il suo significato definitivo solo dopo il 1945.
È proprio in questo tuttavia che risiede il suo significato storico. L’appello del 18 giugno dimostra che la legittimità politica non coincide sempre con la legalità formale. De Gaulle si oppose alle direttive delle autorità esistenti perché convinto che non servissero più gli interessi della Francia. Che la storia gli desse ragione appare oggi ovvio, ma nell’estate del 1940 questo non era affatto scontato.
Il futuro fondatore dello Stato agì allora non come un eroe nazionale indiscusso, ma come un ufficiale isolato pronto a sfidare il governo del proprio paese. L’atto fondativo della Francia moderna fu così anche un atto di disobbedienza – un raro esempio di come la violazione dell’autorità esistente poté diventare retrospettivamente la forma più alta di lealtà politica.
Autore: P. Tiko