Nella regione francese della Vendée sta nascendo un progetto che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato fantascienza. Le acque reflue depurate non verranno più semplicemente scaricate nell’Atlantico, ma rientreranno nel ciclo idrico come potenziale fonte per nuova acqua potabile. Il “Programme Jourdain” è già oggi uno dei progetti idrici più ambiziosi d’Europa.
L’idea alla base appare inizialmente sorprendente. Proprio l’acqua proveniente dagli impianti di depurazione dovrebbe un giorno ritornare nel sistema di acqua potabile? Molte persone reagiscono a questa idea con scetticismo istintivo. Comprensibile. L’acqua ha quasi un valore emotivo sacro. Nessuno ama pensare a quale percorso essa abbia già compiuto.
Ed è proprio qui che interviene il progetto.
Perché l’acqua della Vendée non finisce semplicemente di nuovo nel rubinetto. Tra l’acqua reflua e l’acqua potabile ci sono diverse barriere tecnologiche, più simili a un laboratorio high-tech che a un comune impianto di depurazione. Dopo il trattamento classico, segue un’ulteriore fase con ultrafiltrazione, disinfezione UV e osmosi inversa. In questo modo anche tracce minime di medicinali, pesticidi o cosiddetti PFAS vengono rimosse dall’acqua.
Alla fine resta quasi acqua pura, H₂O quasi perfetta.
L’acqua trattata entra quindi prima in bacini naturali, fiumi e riserve. Solo successivamente viene reintrodotta nella produzione di acqua potabile. Questo ciclo indiretto dovrebbe garantire una maggiore sicurezza, sia tecnica che psicologica.
La Vendée ha un valore quasi simbolico per questo esperimento. La regione sulla costa atlantica francese vive molto di turismo, ma da anni subisce estati sempre più siccitose. Laghi e fiumi trasportano meno acqua, mentre milioni di turisti usano docce, piscine e campeggi. Già oggi circa il 90% dell’acqua potabile deriva da acqua superficiale. Con poche piogge il sistema va rapidamente sotto pressione.
E proprio questo succede sempre più frequentemente.
Gli scienziati del clima descrivono da anni lo stesso scenario: periodi di siccità più lunghi, estati più calde e una crescente competizione per l’acqua. Ciò che prima sembrava un problema distante delle desertiche nazioni si sta ormai affacciando anche in Europa. La Spagna combatte con bacini prosciugati, l’Italia con livelli di falda in calo – e persino la Francia conosce ormai estati in cui i Comuni devono razionare l’acqua potabile. “L’acqua esce sempre dal rubinetto” – questa frase sta lentamente perdendo la sua ovvietà.
La dimensione del progetto dimostra quanto seriamente la situazione venga considerata. Una conduttura di circa 25 chilometri collega l’impianto di trattamento di Les Sables-d’Olonne alle riserve idriche della regione. Si prevede che ogni anno questo renderà disponibili milioni di metri cubi aggiuntivi. Per i responsabili non si tratta più solo di politica ambientale, ma di sicurezza nell’approvvigionamento.
A livello politico il tema rimane delicato.
Il termine “dalle toilette all’acqua potabile” circola rapidamente sui social network e provoca regolarmente commenti ironici. Per questo gli operatori rispondono con la massima trasparenza. Gruppi di visitatori possono vedere gli impianti, gli scienziati controllano costantemente la qualità dell’acqua, le autorità sanitarie sorvegliano tutti i processi. Nessuno vuole correre rischi. La perdita di fiducia sarebbe troppo grande.
A livello internazionale invece la Francia non è affatto sola con quest’idea. Singapore ricicla da anni parte della sua acqua, anche Namibia e California usano ormai con successo acque reflue altamente trattate. Nuovo è soprattutto il fatto che in Europa si stia ora puntando maggiormente su queste tecnologie. La Francia è stata a lungo cauta sull’argomento – quasi prudente come un guidatore in condizioni di ghiaccio. Ora il Paese ha improvvisamente premuto sull’acceleratore.
Il vero segnale va quindi ben oltre la Vendée.
L’Europa comincia a capire che l’acqua non sarà più una risorsa inesauribile. Le regioni che sapranno chiudere intelligentemente i cicli saranno molto più resilienti nei decenni a venire. Altre potrebbero scoprire che il vecchio modo di gestire le risorse non si adatta più a un mondo che si riscalda.
Forse sta proprio qui la vera rivoluzione di questo progetto: non è la tecnologia a cambiare la nostra percezione dell’acqua, ma la consapevolezza che sprecarla in futuro sarà semplicemente troppo costoso.
Di C. Hatty