Il conflitto sul modello francese di sostegno al cinema è diventato da tempo uno scontro simbolico su identità, Stato e sovranità culturale. Quando il presidente del CNC Gaëtan Bruel ha respinto l’ultima iniziativa del Rassemblement National (RN), il suo argomento ha mirato al cuore del dibattito: il Centre national du cinéma et de l’image animée (CNC) non è un tradizionale apparato di sovvenzioni che si alimenta con fondi pubblici generali, ma un circuito economico interno allo stesso settore. Cinema, reti televisive, piattaforme di streaming e fornitori di servizi internet finanziano il sostegno al cinema con le loro tasse — cioè proprio quegli attori che beneficiano del mercato audiovisivo.
Con ciò Bruel difende non solo un’istituzione, ma un modello che la Francia interpreta da decenni come un’eccezione culturale in Europa. Il RN invece vede nel CNC un simbolo di un presunto settore culturale ideologicamente orientato, che il partito critica da anni come dominato dalla sinistra. Dietro il dibattito fiscale si cela quindi un conflitto di fondo di politica culturale.
Il CNC come fulcro del modello culturale francese
Fondato nel 1946, il CNC è una delle istituzioni centrali della politica culturale francese. Il suo compito è promuovere la produzione cinematografica, le sale, le serie, le animazioni e sempre più anche i formati audiovisivi digitali. La particolarità risiede nella sua logica di finanziamento: a differenza di molti sistemi europei di sostegno, il CNC non si basa principalmente su fondi di bilancio tradizionali, ma su imposte specifiche del settore.
Questo principio segue un’idea politica profondamente radicata in Francia fin dai tempi di Charles de Gaulle e André Malraux: la cultura non è considerata una merce normale, ma un bene strategico dell’identità nazionale. Per questo Parigi ha sviluppato presto meccanismi per proteggere il mercato interno dalla schiacciante dominanza di Hollywood.
Il sistema ha conseguenze economiche. Oggi la Francia possiede l’industria cinematografica più grande d’Europa. Nel 2024 sono stati venduti 181,5 milioni di biglietti in sala; la quota di mercato delle produzioni francesi si è attestata a un notevole 44,8%. A confronto: in molti paesi europei dominano spesso produzioni americane con quote ben oltre il 70%. L’industria cinematografica francese produce ogni anno alcune centinaia di film e sostiene così un’infrastruttura industriale che spazia dalle case di produzione alle sale, fino alle professioni tecniche.
L’argomentazione di Bruel si inserisce proprio in questo contesto: se il CNC scomparisse, lo Stato dovrebbe intervenire in modo molto più diretto e costoso, oppure la Francia accetterebbe nel lungo termine una massiccia perdita di importanza della sua produzione nazionale.
L’attacco del RN: la politica culturale come campo di battaglia ideologico
L’iniziativa del RN dimostra quanto la destra si posizioni ormai anche sulla politica culturale. La proposta di modifica del deputato Matthias Renault mirava apertamente a abolire le tasse attribuite al CNC. Nella motivazione si parlava addirittura di “propaganda” — un termine che svela l’orientamento ideologico della proposta.
Con ciò il RN segue uno schema osservabile in diversi paesi europei. Partiti di destra e di estrema destra attaccano sempre più le istituzioni culturali pubbliche, che rappresentano come ambienti di élite urbane o reti progressiste. Il sostegno culturale non viene più considerato principalmente come uno strumento economico o politico-sociale, ma come un terreno di lotta per l’identità.
In Francia questo conflitto è particolarmente sensibile. Il paese considera tradizionalmente la sua politica culturale come parte della sovranità statale. Mentre gli USA esercitano la propria dominanza culturale soprattutto tramite la forza del mercato, la Francia ha puntato storicamente sul controllo politico e sulla protezione istituzionale. La famosa “exception culturelle” — l’eccezione culturale — è diventata negli anni ’90 un tema di politica estera nei dibattiti sugli accordi commerciali internazionali.
Un attacco al CNC viene quindi interpretato da molti operatori culturali non semplicemente come una misura di risparmio, ma come un tentativo di ristrutturare l’identità della Francia come nazione culturale autonoma.
Tra necessità di riforma e questione di sistema
Tuttavia le critiche al CNC non sono affatto esclusivamente ideologiche. Anche all’interno dell’apparato statale francese da anni ci sono dibattiti su efficienza, trasparenza e logica di finanziamento dell’istituzione. La Corte dei conti ha più volte evidenziato riserve elevate e meccanismi di sostegno complessi. Inoltre il CNC è stato già tagliato finanziariamente nel quadro della legge di bilancio 2025; diverse centinaia di milioni di euro di riserve sono state prelevate.
Questa discussione indica un problema strutturale di molte istituzioni francesi: il paese difende con grande determinazione i suoi strumenti di politica culturale, ma spesso evita riforme radicali. I critici lamentano una forte concentrazione dei fondi di sostegno verso produttori affermati, procedure burocratiche e mancanza di trasparenza nelle selezioni.
La vera linea di demarcazione quindi non corre tra riforma e status quo, ma tra riforma e abolizione. Anche molti critici del CNC accettano in linea di principio la necessità di un forte sistema nazionale di sostegno. Il RN invece mette in discussione la legittimità del modello stesso.
Piattaforme di streaming e la nuova economia dei media
A questo si aggiunge un secondo fattore strategico decisivo: la digitalizzazione del mercato audiovisivo. Con Netflix, Disney+, Amazon Prime Video e altre piattaforme, l’economia globale dei media sta cambiando radicalmente. La Francia ha reagito relativamente presto, obbligando anche i fornitori di streaming a finanziare la produzione nazionale.
Proprio in questo risiede una particolarità internazionale del sistema francese. Mentre molti stati faticano a regolamentare le piattaforme globali, la Francia le obbliga già oggi a contribuire alla produzione interna. Il CNC funziona quindi non solo come istituzione di sostegno, ma come strumento di regolamentazione economica nell’era digitale.
Per la politica francese si tratta di una questione di autonomia strategica. I contenuti audiovisivi non sono più solo prodotti di intrattenimento, ma fanno parte dell’influenza geopolitica. Serie, film e offerte di streaming modellano narrazioni sociali, lingue e percezioni culturali nel mondo.
In questo contesto la disputa sul CNC appare meno provinciale di quanto sembri a prima vista. In realtà si tratta della domanda se gli stati europei potranno ancora affermare spazi culturali autonomi in un mercato globale dei media.
La contraddizione politica è evidente: proprio un partito che sottolinea la sovranità nazionale e l’identità culturale attacca uno strumento che garantisce questa autonomia da decenni. Il RN argomenta sia in termini fiscali che ideologici — tuttavia un indebolimento del CNC potrebbe soprattutto avvantaggiare piattaforme internazionali e studi americani.
La formula di Bruel, secondo cui la Francia senza il CNC “pagherà di più e otterrà di meno”, è quindi più di un semplice riferimento tecnico ai meccanismi di bilancio. Descrive uno scenario possibile di dipendenza culturale. Senza un sostegno nazionale stabile non solo diminuirebbe il numero delle produzioni francesi, ma a lungo termine perderebbero importanza anche cinema, produttori e reti creative.
La disputa sul CNC mostra quindi esemplarmente come la politica culturale oggi sia parte di conflitti geopolitici e sociali più ampi. Non si tratta solo di film o fondi di sostegno, ma della questione di come uno stato europeo voglia preservare la sua autonomia culturale nell’era delle economie delle piattaforme globali.
Autore: P. Tiko