L’annuncio crea agitazione ben oltre i vigneti della Francia. Donald Trump minaccia nuovamente di imporre dazi punitivi del 100% su vini francesi, champagne e distillati, qualora Parigi insistesse sulla sua tassa digitale. La dichiarazione arriva proprio poco prima del vertice del G7 e ricorda a molti viticoltori precedenti conflitti commerciali, in cui i loro prodotti sono stati usati come pedine nelle dispute geopolitiche.
La domanda centrale ora è: si tratta di una tattica negoziale del presidente americano o di una reale minaccia per uno dei più importanti settori di esportazione francesi?
Il settore dà l’allarme
Nel settore francese dei vini e distillati, le dichiarazioni di Trump non vengono affatto considerate una semplice provocazione. Le associazioni di categoria hanno reagito immediatamente con avvertimenti, sottolineando che i produttori vengono nuovamente coinvolti in un conflitto poco pertinente al loro vero business.
Il timore è comprensibile. Gli Stati Uniti sono per molti produttori francesi il mercato più importante al di fuori dell’Europa. Ogni anno vini francesi, champagne e distillati per un valore di diversi miliardi di euro vengono esportati negli USA. Numerose cantine rinomate, ma anche piccole aziende familiari, dipendono dal mercato americano.
Un dazio del 100% raddoppierebbe di fatto i prezzi di vendita di molti prodotti. Per gli importatori e commercianti americani ciò comporterebbe rischi significativi. Prezzi più alti portano di norma a una diminuzione della domanda, mentre prodotti concorrenti provenienti da altri paesi potrebbero guadagnare quote di mercato. Sono particolarmente colpiti vini pregiati e champagne, le cui vendite sono fortemente influenzate dal livello dei prezzi.
Trump punta da anni sulla politica dei dazi
L’attuale minaccia si inserisce perfettamente in un quadro noto. Già durante il suo primo mandato Trump ha fatto dei dazi punitivi uno strumento centrale della sua politica commerciale.
Nell’ambito della lunga controversia Airbus-Boeing, prodotti europei, compresi i vini francesi, sono stati gravati da dazi aggiuntivi. Queste misure hanno comportato significative perdite di fatturato per numerosi esportatori. Anche negli ultimi mesi Trump ha più volte utilizzato minacce pubbliche contro prodotti europei, soprattutto quando voleva esercitare pressione su altre questioni politiche.
Il problema per il settore è proprio questo. Da un lato alcune di queste dichiarazioni sono state in seguito ridimensionate o ritirate durante negoziati. Dall’altro lato l’esperienza mostra che Trump è pronto a realizzare effettivamente minacce economiche se vi intravede un vantaggio politico.
L’incertezza quindi nasce non solo dalla possibilità di nuovi dazi, ma anche dall’imprevedibilità del processo decisionale.
Un settore sotto crescente pressione
Il settore vitivinicolo francese si trova comunque in una fase difficile. Da anni il consumo di vino cala in numerosi mercati tradizionali. In particolare le generazioni più giovani bevono meno vino rispetto alle precedenti.
Si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico. Eventi meteorologici estremi, gelate tardive, ondate di calore e carenza d’acqua complicano la produzione in molte regioni vinicole. Contemporaneamente cresce la concorrenza di paesi come Australia, Cile, Argentina, Sudafrica o gli stessi Stati Uniti.
Anche i produttori francesi di cognac sono sotto pressione. Conflitti commerciali con la Cina e cambiamenti nelle abitudini di consumo hanno gravato sul settore negli ultimi tempi. Molte aziende dispongono pertanto di riserve finanziarie inferiori rispetto a qualche anno fa.
Un nuovo conflitto commerciale con gli USA si presenterebbe per numerosi produttori in un momento estremamente sfavorevole.
La tassa digitale come vero punto di contesa
In realtà non si tratta di vino. I prodotti francesi d’esportazione sono piuttosto uno strumento di pressione in un più ampio conflitto sulla tassazione delle grandi aziende tecnologiche internazionali.
La Francia ha introdotto già nel 2019 una tassa digitale. Essa riguarda grandi piattaforme che realizzano consistenti fatturati in Francia. Colpiti soprattutto colossi tecnologici americani, criticati da Washington da anni come discriminatori.
Parigi pone al centro il tema della giustizia fiscale di principio. Il governo francese sostiene che le multinazionali digitali globali dovrebbero pagare tasse dove generano i loro ricavi. Gli Stati Uniti invece vedono in ciò un attacco mirato contro le loro imprese.
La disputa fa quindi parte di un dibattito più ampio sulla regolamentazione dell’economia digitale e la distribuzione dei diritti fiscali nell’epoca delle piattaforme globali.
Macron punta sulla fermezza
Il presidente Emmanuel Macron finora non ha mostrato disponibilità a cedere sotto la pressione delle minacce americane. Da parte del governo francese una concessione creerebbe un pericoloso precedente.
Macron sottolinea inoltre che le guerre commerciali danneggiano alla fine tutti i protagonisti. Tra partner strettamente legati economicamente come USA ed Unione Europea, i dazi punitivi sono uno strumento inefficiente e costoso.
La posizione francese è inoltre supportata dal timore che una resa possa generare ulteriori richieste in futuro. Parigi intende pertanto evitare che la pressione economica diventi uno strumento efficace per condizionare le politiche fiscali nazionali.
Quanto è realistico un intervento?
Il pericolo non va né drammatizzato né sottovalutato.
A favore di un bluff va considerato che Trump usa regolarmente minacce tariffarie come leva negoziale. Spesso l’escalation pubblica serve a spingere gli interlocutori a concessioni. L’alto numero di precedenti annunci non o parzialmente attuati supporta questa interpretazione.
Al contempo diversi fattori invitano a prendere sul serio la minaccia. Primo, Trump ha più volte dimostrato di essere disposto a introdurre barriere commerciali reali. Secondo, le misure di politica economica sono parte centrale del suo profilo politico. Terzo, solo gli annunci stessi generano significativi impatti su decisioni di investimento e acquisto.
Tuttavia esistono anche limiti istituzionali. Negli ultimi anni sono aumentate le controversie legali riguardanti i poteri del presidente nella imposizione dei dazi. Ciò potrebbe rendere più complessa l’adozione di misure drastiche rispetto al primo mandato.
Inoltre sia Washington sia Bruxelles hanno recentemente manifestato interesse a stabilizzare le relazioni commerciali transatlantiche. Un’ulteriore escalation massiccia contrasterebbe con questo obiettivo.
L’incertezza diventa essa stessa un problema
Per i produttori francesi la situazione attuale è soprattutto gravosa perché non offre sicurezza di pianificazione. I contratti di importazione vengono rinviati, gli stock calcolati con cautela e gli investimenti posticipati.
In molti casi i danni economici si manifestano già ben prima di una possibile introduzione di dazi punitivi. I commercianti reagiscono all’incertezza riducendo i rischi. Questo effetto potrebbe farsi sentire nei prossimi mesi.
Il dibattito sui potenziali dazi al 100% mette così in luce un problema fondamentale della politica commerciale internazionale sotto Donald Trump: non sono solo le misure concrete, ma già i loro annunci a modificare le decisioni economiche. Per il settore vinicolo e dei distillati francese la minaccia è quindi più di una semplice messa in scena mediatica. Resta aperto se si tratterà effettivamente di nuovi dazi punitivi. Sicuro è però che il settore è nuovamente diventato teatro di un conflitto politico, il cui esito avrà ripercussioni ben oltre i vigneti della Francia.
Autore: P. Tiko