Il dibattito politico sul cambiamento climatico si svolge spesso attorno a curve di temperatura, obiettivi di emissione o prezzi dell’energia. Molto meno visibile, ma forse più consequenziale, è un altro nesso: l’interazione tra destabilizzazione ecologica e la diffusione di malattie infettive. A lungo questo è stato un tema marginale per epidemiologi e ricercatori ambientali. Oggi appartiene alle questioni centrali di sicurezza del XXI secolo.
L’affermazione che il cambiamento climatico favorisca nuove malattie viene spesso esasperata o ridotta in modo polemico nel dibattito politico. Dietro questa formula però si trova un quadro scientifico ampiamente supportato. Non è il clima stesso a generare i virus. Modifica invece le condizioni ecologiche in cui agenti patogeni, animali e persone entrano in contatto. Ed è proprio qui che risiede la vera criticità.
Spostamento degli habitat, nuovi rischi
L’aumento delle temperature medie globali modifica in tutto il mondo le aree di distribuzione di numerose specie animali e di insetti. Ciò che a prima vista sembra una astratta variazione ecologica ha conseguenze immediate in termini di politica sanitaria.
Questo è particolarmente evidente nei cosiddetti vettori — organismi che trasmettono agenti patogeni. Specie di zanzare come la zanzara tigre asiatica si stanno ormai diffondendo fino all’Europa centrale. Zecche che trasmettono la borreliosi o l’encefalite da zecche (FSME/TBE) trovano condizioni favorevoli in altitudini maggiori e in regioni più settentrionali. RegionI che un tempo esercitavano una funzione di barriera naturale perdono questa protezione.
Così cambia la mappa geografica delle malattie infettive. Malattie un tempo considerate tropicali si avvicinano ai centri urbani europei. Le infrastrutture sanitarie degli Stati occidentali sono solo in parte preparate a questo sviluppo. La sfida riguarda meno singole epidemie spettacolari e più la lenta normalizzazione di nuovi rischi.
L’ordine perturbato degli ecosistemi
Almeno altrettanto significative quanto l’andamento delle temperature sono la distruzione degli habitat naturali. Deforestazione, degradazione del suolo, incendi boschivi o siccità estreme spingono la fauna selvatica più vicino agli insediamenti umani. Ciò aumenta la probabilità di eventi di spillover — ovvero il trasferimento di agenti patogeni dagli animali all’uomo.
Circa tre quarti di tutte le nuove malattie infettive che emergono nell’uomo provengono, secondo stime delle organizzazioni sanitarie internazionali, originariamente dal regno animale. Ebola, SARS, MERS o Covid-19 sono esempi prominenti di tali zoonosi.
Il punto cruciale è che la stabilità ecologica crea anche una forma di distanza biologica. Ecosistemi intatti funzionano in un certo senso da cuscinetto tra le specie. Quando questi sistemi vengono distrutti, i contatti tra persone, animali da allevamento e fauna selvatica si intensificano. Questo aumenta statisticamente la probabilità di nuovi salti di specie.
L’economia mondiale moderna amplifica ulteriormente questo effetto. Catene di approvvigionamento globali, allevamenti intensivi, urbanizzazione e mobilità internazionale producono una velocità di diffusione finora sconosciuta. Un focolaio locale può sviluppare conseguenze globali nell’arco di pochi giorni.
La scienza parla di probabilità
Soprattutto nei dibattiti politici viene spesso suggerita una causalità meccanica: il cambiamento climatico provocherebbe pandemie. Una tale semplificazione però non regge al vaglio scientifico.
Le pandemie non hanno mai una causa unica. Sono il risultato di complesse interazioni tra fattori biologici, sociali ed economici. Densità di popolazione, servizi sanitari, reti di trasporto internazionali, sistemi alimentari e le reazioni statali alle crisi giocano tutti ruoli centrali quanto i cambiamenti ecologici.
Il Covid-19, ad esempio, non è considerato una conseguenza diretta del cambiamento climatico. La maggior parte delle ricerche si concentra piuttosto sul contatto ravvicinato tra persone e fauna selvatica, possibilmente in mercati con animali vivi. Tuttavia numerosi scienziati sostengono che i cambiamenti ambientali globali aumentino complessivamente la probabilità di tali salti.
Ed è proprio qui che si manifesta la differenza decisiva tra scienza e politica. La scienza lavora con aumenti di rischio, probabilità statistiche e modelli multifattoriali. La politica invece tende a semplici attribuzioni di colpe e a narrazioni nette.
Questo spiega anche perché le affermazioni di certi politici, pur poggiandosi in larga misura su risultati di ricerca reali, spesso in termini retorici vadano oltre il consenso scientifico effettivo.
“One Health” come concetto geopolitico
Per questo motivo, negli organismi internazionali negli ultimi anni si è affermato un nuovo concetto guida: “One Health”. Esso sottolinea che la salute umana, la salute animale e la stabilità ecologica non possono essere considerate separatamente.
Questa prospettiva segna un profondo cambio di paradigma. La politica sanitaria non è più intesa esclusivamente come compito degli ospedali o dei sistemi farmaceutici, ma come parte di una politica ambientale e di sicurezza integrata.
Le conseguenze vanno ben oltre le questioni mediche. Gli Stati dovranno concepire biodiversità, agricoltura, pianificazione urbana e politica climatica più come elementi della prevenzione sanitaria. La preparazione alle pandemie diventa così una questione di resilienza strategica.
I paesi in via di sviluppo sono particolarmente sotto pressione. Molte regioni dell’Africa, del Sudest asiatico o dell’America Latina vivono contemporaneamente una rapida crescita demografica, distruzione ecologica e sistemi sanitari fragili. In questi luoghi gli effetti delle dinamiche delle malattie legate al clima potrebbero manifestarsi in modo particolarmente drammatico.
Per l’Europa ciò significa a sua volta una nuova forma di vulnerabilità globale. Le malattie infettive non conoscono confini nazionali. La politica sanitaria diventa così inevitabilmente politica estera e di sicurezza.
Tra allarmismo e negazione
Il vero pericolo del dibattito oggi sta meno nel dissenso scientifico che nella reazione politica eccessiva da entrambe le parti. Da un lato c’è un discorso allarmista che attribuisce immediatamente ogni nuova epidemia al cambiamento climatico. Dall’altro esistono ancora voci che negano qualsiasi connessione e ignorano del tutto i fattori ecologici.
Entrambe le posizioni fraintendono la complessità delle moderne dinamiche di crisi.
Lo stato attuale della ricerca non sostiene né certezze apocalittiche né un totale annuncio di sicurezza. Indica piuttosto uno spostamento strutturale dei rischi. Un mondo più caldo e ecologicamente instabile aumenta la probabilità di nuove malattie infettive — non automaticamente, ma in maniera misurabile.
Ciò cambia anche il carattere della responsabilità statale. La politica climatica non appare più soltanto come una questione ambientale a lungo termine, ma sempre più come parte della politica sanitaria preventiva. Chi oggi parla di riduzione delle emissioni, biodiversità o uso del suolo discute indirettamente anche della stabilità dei futuri sistemi sanitari.
La prossima pandemia probabilmente non nascerà esclusivamente a causa del clima. Tuttavia un mondo in squilibrio ecologico crea condizioni in cui tali crisi diventano più probabili. Ed è proprio qui che si pone la vera sfida politica: non in semplici narrazioni di causa-effetto, ma nella capacità delle società moderne di riconoscere precocemente rischi complessi e di reagire istituzionalmente.
Andreas M. Brucker