La frase sembra casuale, quasi popolare. „Il ne faut pas emmerder les Français“ – non bisogna gravare ulteriormente i francesi. L’ha detta il primo ministro Sébastien Lecornu presentando nuovi aiuti contro l’aumento dei prezzi dell’energia a seguito dell’escalation in Medio Oriente. Proprio nella sua apparente semplicità, questa frase rivela un cambiamento politico sorprendente in Francia.
Perché Parigi comincia visibilmente a non preparare più la popolazione a una crisi temporanea, ma a uno stato di eccezione permanente.
Il governo francese parla ormai con una sobrietà sui rischi geopolitici che qualche anno fa sarebbe stata inusuale. Lecornu ha dichiarato apertamente che il conflitto in Medio Oriente proseguirà “in una forma o nell’altra”. Anche nelle condizioni più favorevoli, si prevede una certa stabilizzazione solo in autunno. Allo stesso tempo, il governo avverte su scenari finora discussi principalmente nei think tank di sicurezza: attacchi alle infrastrutture petrolifere, interruzioni delle rotte commerciali marittime, possibili blocchi dello Stretto di Hormuz o di Bab al-Mandab.
Con ciò cambia radicalmente il tono politico in Francia. Il governo non cerca più di mascherare retoricamente l’incertezza. La integra sempre più nella comunicazione ufficiale.
Il nuovo linguaggio della crisi permanente
Il vero significato della frase di Lecornu risiede quindi meno nel contenuto che nel sottofondo politico.
“Non infastidire i francesi” in questo contesto non significa solo considerazione sociale. È il riconoscimento implicito di una vulnerabilità politica: lo Stato francese sa quanto rapidamente la pressione economica possa trasformarsi in rivolta aperta.
Il ricordo delle proteste dei Gilet Gialli del 2018 è centrale. Pochi altri eventi hanno scosso tanto l’élite francese. Il movimento fu innescato originariamente da un aumento relativamente limitato della tassa sui carburanti. Ma nel giro di poche settimane si trasformò in un’ondata nazionale di proteste contro la perdita del potere d’acquisto, le disuguaglianze sociali e la leadership tecnocratica percepita come arrogante di Emmanuel Macron.
Da allora si è consolidato all’Eliseo un dogma strategico: i prezzi dell’energia non sono più un tema puramente economico, ma una questione di stabilità interna.
Proprio per questo Lecornu rifiuta una riduzione generale delle tasse sui carburanti. Tali misure sarebbero popolari nel breve termine ma difficilmente sostenibili fiscalmente a lungo. Il governo punta invece su compensazioni mirate per gruppi particolarmente esposti: pendolari, operatori sanitari, agricoltori, tassisti e imprese di logistica.
Questo è politicamente molto significativo. Lo Stato francese non cerca più di assorbire completamente le crisi. Cerca piuttosto di limitare il loro potenziale dirompente nella società.
La Francia scopre la logica dell’economia di crisi
Questo rivela uno spostamento più profondo nella filosofia statale francese.
Per decenni, il modello sociale francese si è basato su una promessa implicita: lo Stato protegge la popolazione dalle durezze dei mercati globali. Crisi finanziarie, pandemie o shock dei prezzi dell’energia – Parigi reagiva tradizionalmente con interventi massicci, tetti ai prezzi, sussidi o indebitamento pubblico.
Durante la crisi energetica seguita all’attacco russo all’Ucraina questa logica ha raggiunto il suo culmine temporaneo. La Francia ha limitato amministrativamente i prezzi dell’elettricità e del gas, caricandosi di costi per miliardi sul bilancio statale. Il debito pubblico è aumentato ulteriormente; ora supera nettamente il 110% del PIL.
Ma gli spazi di manovra si restringono. La combinazione di tassi d’interesse elevati, crescita debole, spese di difesa in aumento e deficit strutturali costringe Parigi a stabilire priorità. Il governo non può più neutralizzare completamente ogni crisi.
Per questo nasce ora una nuova forma di politica francese sulle crisi: alleggerimenti selettivi anziché garanzie universali.
Questo fenomeno non riguarda solo la Francia. In tutta Europa si osserva una tendenza simile. Gli Stati cercano di gestire amministrativamente i carichi permanenti invece di compensarli integralmente. Ma in Francia questa strategia assume una particolare rilevanza politica, perché le aspettative sociali nei confronti dello Stato sono tradizionalmente più alte che in molti altri Paesi europei.
Il ritorno del realismo geopolitico
Notevole è anche la nuova franchezza con cui i rappresentanti del governo francese affrontano i rischi geopolitici.
Pochi anni fa dominava in Europa l’idea che l’integrazione economica globale avesse un effetto stabilizzante. L’energia era considerata soprattutto una questione di mercato, non di vulnerabilità geopolitica. Al più tardi con la guerra in Ucraina questa convinzione si è dissolta.
Ora il conflitto in Medio Oriente aggrava nuovamente l’incertezza. La Francia dà un segnale indiretto alla popolazione: l’era della globalizzazione prevedibile è finita.
Le dichiarazioni di Lecornu rientrano dunque in uno schema strategico più ampio. L’Europa si sta preparando mentalmente a un mondo in cui le catene di approvvigionamento sono più fragili, l’energia resterà costosa e gli shock geopolitici saranno più frequenti.
A questo si aggiunge un secondo fattore: il rafforzamento della difesa. La Francia prevede investimenti massicci in difesa, produzione di armamenti e infrastrutture strategiche. Il presidente Macron parla da anni di “autonomia strategica” dell’Europa. Questa linea trova una legittimazione aggiuntiva nelle crisi attuali.
Ma armamenti, sicurezza energetica e resilienza industriale costano. Molto. La sfida politica consiste quindi nel rendere questa trasformazione socialmente accettabile.
La psicologia dell’adattamento
È proprio qui che la frase di Lecornu riveste la sua funzione principale.
Il governo cerca di camminare su un filo sottile: deve preparare la popolazione a tempi più difficili senza generare allarmismo. Deve trasmettere serietà senza provocare panico. E deve spiegare perché d’ora in poi lo Stato non potrà più compensare integralmente ogni onere.
Questo spiega il tono tecnocratico della comunicazione governativa. La crisi non viene drammatizzata, ma gestita. Si parla di aiuti mirati, di distribuzione dei carichi, di resilienza e adattamento.
In questo si cela un messaggio educativo implicito: i cittadini devono imparare ad accettare l’incertezza come condizione normale.
È un rischio politico. Perché la Francia resta un Paese con una forte cultura di protesta e profondo sfiducia nelle élite. Ogni percezione di ingiustizia sociale può diventare rapidamente esplosiva. Allo stesso tempo, il governo sembra convinto che non sia più possibile tornare all’illusione della stabilità passata.
Il vero messaggio quindi non è: “Lo Stato vi protegge dalla crisi”.
Ma: lo Stato cerca di mantenere la società governabile in un’epoca di crisi permanente.
Questa è una differenza fondamentale – e probabilmente la vera svolta politica di questo momento.
P.T.