La controversia sulle PFAS raggiunge in Francia una nuova dimensione politica e giuridica. Il 20 maggio 2026 le organizzazioni ambientaliste Générations Futures, Notre Affaire à Tous e Bloom, insieme a sei residenti di regioni contaminate, hanno intentato una causa davanti al tribunale amministrativo di Parigi. L’accusa: lo Stato francese avrebbe per anni agito in modo insufficiente nei confronti dei rischi delle cosiddette “sostanze chimiche eterne” e con ciò avrebbe violato il proprio dovere di protezione nei confronti della popolazione e dell’ambiente.
Le PFAS, abbreviazione di sostanze per- e polifluoroalchiliche, comprendono diverse migliaia di sostanze chimiche artificiali. Grazie alle loro proprietà idro-, oleo- e sporco-repellenti, vengono utilizzate da decenni in numerosi prodotti industriali e di consumo – dall’abbigliamento outdoor ai cosmetici fino agli imballaggi alimentari. Il problema: molte di queste sostanze non si degradano praticamente nell’ambiente. Esse finiscono nel suolo, nei fiumi e nelle falde acquifere e possono accumularsi nel corpo umano.
I ricorrenti sostengono che i rischi delle PFAS fossero noti da tempo. Studi scientifici collegano alcune di queste sostanze a livelli elevati di colesterolo, disturbi del sistema immunitario, problemi di fertilità e a diversi tipi di cancro. Tuttavia lo Stato avrebbe reagito troppo tardi e con esitazione. Le organizzazioni chiedono quindi non solo la fine delle emissioni, ma anche una completa assunzione dei costi di salute e bonifica da parte dei responsabili.
In effetti, il governo francese negli ultimi anni ha avviato diverse misure. Dopo un primo piano d’azione nel 2023, nel 2024 è seguito un programma interministeriale per monitorare e ridurre l’inquinamento. Con la legge di febbraio 2025 sono stati infine vietati alcuni prodotti contenenti PFAS. Dal 2026 non è più permessa la commercializzazione, tra gli altri, di numerosi cosmetici, di cere per sci e di alcuni tessili e calzature. Inoltre, è stato notevolmente ampliato il controllo dell’acqua potabile.
Tuttavia, per i ricorrenti queste misure non sono sufficienti. Criticano numerose eccezioni e periodi di transizione, nonché la continua contaminazione di molte regioni. Soprattutto in aree a forte caratterizzazione industriale negli ultimi anni sono stati rilevati ripetuti valori elevati di PFAS, aumentando l’allarme tra la popolazione interessata.
Il processo richiama per la sua portata politica la celebre causa climatica “Affaire du siècle”, che ha già condannato lo Stato francese per la sua insufficiente politica climatica. Anche in questo caso si tratta della questione della responsabilità statale di fronte a rischi ambientali noti. Se il tribunale dovesse constatare una “carence fautive” – un mancato adempimento colpevole da parte dello Stato – ciò potrebbe avere conseguenze importanti per la politica ambientale, l’industria e le finanze pubbliche.
Al centro c’è una domanda fondamentale della politica ambientale moderna: chi deve sostenere i costi di decenni di contaminazione quando i rischi erano conosciuti, ma le misure efficaci sono state adottate solo in ritardo? La risposta del tribunale potrebbe andare ben oltre la problematica delle PFAS e stabilire nuovi parametri per il rapporto dello Stato con i rischi ambientali e sanitari a lungo termine.