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Nachrichten.fr · July 8, 2026

Quando giudici e elettori vengono messi l’uno contro l’altro

Le democrazie vivono di una promessa fondamentale: il potere politico nasce da elezioni libere, il suo esercizio però resta vincolato al diritto e alla costituzione. Questo equilibrio tra sovranità popolare e stato di diritto è stato a lungo considerato scontato nelle democrazie occidentali. Oggi è sempre più sotto pressione.

I dibattiti su Marine Le Pen in Francia o su Nigel Farage nel Regno Unito mostrano come si sia affermata una narrazione pericolosa: qui il popolo, là i giudici. Qui la legittimazione democratica, là la cosiddetta giustizia politica. Questa contrapposizione esercita un enorme potenziale dirompente – proprio perché a prima vista appare plausibile.

La questione non è affatto nuova. Già i pensatori della democrazia liberale sapevano che le maggioranze da sole non garantiscono la libertà. La democrazia non consiste esclusivamente nel fatto che la maggioranza decida. Consiste anche nel fatto che il potere venga limitato. Per questo i tribunali indipendenti non sono il modello opposto della democrazia, ma una delle sue colonne portanti.

Proprio questo principio oggi viene sempre più messo in discussione.

La volontà popolare come arma politica

I movimenti populisti interpretano la democrazia soprattutto come espressione immediata della volontà della maggioranza. Chi vince le elezioni o può richiamarsi a un referendum rivendica spesso da ciò una legittimazione quasi illimitata per agire politicamente. Le istituzioni che pongono limiti a questa pretesa appaiono rapidamente come ostacoli.

Marine Le Pen usa questo argomento da anni. Indagini penali contro il suo partito o contro di lei personalmente non le interpreta come espressione di controllo dello stato di diritto, ma come un tentativo dell’establishment politico di eliminare una leader dell’opposizione scomoda. Che queste accuse siano fondate o meno ha spesso un ruolo secondario per il loro effetto politico. Ciò che conta è la narrazione: non è la giustizia a difendere il diritto, ma il sistema che si difende dalla volontà popolare.

Simile è stato l’andamento nel Regno Unito durante la Brexit. Nigel Farage non è stato lui stesso oggetto di procedimenti giudiziari comparabili, ma lo scontro con i tribunali britannici ha mostrato la stessa logica. Quando il Supreme Court decise che il parlamento doveva partecipare alla decisione sull’attivazione della procedura di uscita, questo venne interpretato da parti del movimento Brexit come un sabotaggio del referendum. Improvvisamente i giudici non venivano più percepiti come custodi neutrali della costituzione, ma come avversari di un mandato democratico.

Ne è nato un racconto che ormai si incontra in molte democrazie occidentali: chi frena la volontà popolare viene dichiarato avversario politico.

Lo stato di diritto non si misura sui risultati elettorali

I tribunali hanno però una legittimazione diversa rispetto ai parlamenti. Non sono eletti proprio perché il loro compito è applicare il diritto indipendentemente dai cicli elettorali e dalle maggioranze politiche.

Uno stato costituzionale funziona solo perché ogni potere statale è controllato. I parlamenti controllano i governi. I governi sono soggetti alla responsabilità parlamentare. I tribunali, a loro volta, verificano se le leggi e l’azione statale sono conformi alla costituzione e al diritto vigente. Questo sistema di reciproche limitazioni non è un voto di sfiducia nei confronti del popolo, ma un meccanismo di protezione contro gli abusi di potere.

Proprio i partiti populisti spesso si appellano alla legittimazione democratica non appena i tribunali limitano il loro spazio d’azione politico. Si dimentica così che anche maggioranze elette democraticamente possono agire illegalmente. La storia e il presente forniscono numerosi esempi. La democrazia liberale si distingue da una mera democrazia della maggioranza proprio perché tutela i diritti individuali e le procedure dello stato di diritto anche contro le maggioranze momentanee.

Chi quindi diffama i giudici in blocco come attori politici mette infine in discussione il nucleo dello stato costituzionale.

Anche la giustizia vive della fiducia

Questo però non significa che i tribunali siano al di sopra di ogni critica. I giudici prendono decisioni con ampie conseguenze politiche. Hanno quindi bisogno di accettazione pubblica.

In molti paesi europei a soffrire non è solo la fiducia nella politica, ma anche quella nelle istituzioni statali nel loro complesso. Procedure complesse, processi lunghi o sentenze difficili da comprendere alimentano l’impressione di una giustizia distante. Dove manca trasparenza nascono sfiducia e teorie del complotto.

Inoltre le decisioni giudiziarie in procedimenti politicizzati vengono inevitabilmente interpretate in chiave partitica. Anche sentenze giuridicamente fondate così si trovano sotto pressione di legittimazione. La giustizia non può sottrarsi completamente a questo campo di tensione.

Proprio per questo entrambe le parti devono mostrare moderazione: i giudici non devono considerarsi attori politici. I politici, a loro volta, dovrebbero evitare di screditare automaticamente le decisioni dello stato di diritto come attacchi partitici.

Le democrazie europee affrontano una prova

La sfida reale va ben oltre i singoli procedimenti contro politici di spicco. Essa riguarda l’autocomprensione delle democrazie liberali.

Se ogni controllo giudiziario viene dipinto come un attacco alla volontà popolare, le istituzioni dello stato di diritto perdono lentamente autorità. Se viceversa i tribunali danno l’impressione di voler decidere essi stessi i conflitti politici, perdono la loro accettazione sociale. Entrambe le evoluzioni mettono in pericolo lo stesso consenso democratico di base.

L’Europa vive attualmente una fase di polarizzazione crescente. I partiti ai margini della politica guadagnano consenso, i partiti popolari tradizionali perdono legame con gli elettori, i social media accelerano la delegittimazione delle istituzioni statali. In questo clima ogni conflitto tra politica e giustizia diventa il simbolo di una disputa sistemica più ampia.

La tentazione di offrire risposte semplici è grande: decide il popolo o i giudici. In realtà la stabilità delle democrazie liberali si fonda proprio sul fatto che nessuna istituzione possiede da sola l’ultima parola. Le elezioni conferiscono potere. Il diritto lo limita. Entrambi insieme costituiscono lo stato costituzionale liberale.

Chi rinuncia a questo equilibrio a favore di una presunta sovranità popolare immediata mette a rischio, nel lungo periodo, proprio ciò che dice di voler difendere: l’ordine democratico stesso.

Andreas M. Brucker