Quasi nessun termine ha polarizzato così fortemente il dibattito europeo sulla migrazione negli ultimi anni quanto la “Remigrazione”. Ciò che originariamente era uno slogan di piccoli gruppi identitari è ormai parte integrante del vocabolario politico di vari partiti di destra populista e dell’estrema destra. Mentre i sostenitori intendono con esso un rimpatrio coerente dei migranti soggetti a obbligo di partenza, i critici vi vedono un concetto politico che va ben oltre il diritto migratorio vigente e mette in discussione principi fondamentali dello stato di diritto democratico. Il dibattito mostra in modo esemplare come termini politici provenienti da ambienti ideologici marginali possano gradualmente entrare nel discorso pubblico.
Origine nel movimento identitario
Il termine “Remigrazione” nacque all’inizio degli anni 2010 all’interno del movimento identitario europeo. Soprattutto in Francia, Austria e Germania organizzazioni come la ormai vietata Génération Identitaire adottarono il termine trasformandolo in un elemento centrale della loro strategia politica. Ideologicamente il concetto si ricollega a idee della cosiddetta “Nuova Destra”, che dagli anni Settanta cerca di porre maggiormente l’accento sull’identità culturale e sull’appartenenza etnica nel centro dei dibattiti politici.
In origine la Remigrazione indicava il ritorno dei migranti nei paesi di origine. Nel corso del tempo però il termine è stato progressivamente ampliato. In pubblicazioni e documenti programmatici di vari attori identitari non comprende più esclusivamente persone soggette a obbligo di partenza o richiedenti asilo respinti. In parte vengono inclusi anche stranieri con permesso di soggiorno permanente, cittadini naturalizzati o perfino persone nate in Europa con un background migratorio, purché secondo i rispettivi rappresentanti non siano sufficientemente integrate dal punto di vista culturale.
Proprio questa estensione di contenuto spiega perché il termine vada ben oltre le tradizionali richieste di una politica migratoria restrittiva.
Un termine scelto strategicamente
Al successo politico della Remigrazione contribuisce non da ultimo il suo effetto linguistico. A differenza di termini come “espulsione di massa” o “deportazione”, Remigrazione suona relativamente neutro e tecnico. La denominazione suggerisce una politica di ritorno ordinata ed è spesso collegata a programmi di uscita volontaria o a incentivi finanziari per il rientro.
Gli studiosi della comunicazione sottolineano tuttavia che termini politici vengono spesso scelti deliberatamente per attenuare linguisticamente contenuti controversi. Anche per questo l’espressione è vista dai critici come un eufemismo strategico. In numerosi testi programmatici dei movimenti identitari si trovano idee che vanno ben oltre i programmi di rientro volontario e che richiederebbero profonde modifiche della normativa sulla cittadinanza e sul soggiorno.
Le diverse accezioni del termine complicano ulteriormente una discussione obiettiva, poiché diversi attori politici comprendono sotto la stessa parola concetti molto differenti.
La Germania come centro della controversia
In particolare all’inizio del 2024 in Germania si è discusso intensamente di Remigrazione. Il detonatore è stata un’inchiesta del medium investigativo Correctiv su un incontro a Potsdam a cui avevano partecipato rappresentanti del movimento identitario, imprenditori e persone vicine all’Alternative für Deutschland (AfD).
Secondo l’inchiesta, lì sono stati presentati concetti che sotto la dicitura Remigrazione prevedevano la partenza o l’espulsione di un numero molto elevato di persone — comprese anche persone con cittadinanza tedesca e storia migratoria. La pubblicazione ha suscitato reazioni politiche significative in tutto il paese. In numerose città tedesche, nelle settimane successive, milioni di persone hanno manifestato contro l’estremismo di destra e contro una possibile radicalizzazione delle posizioni politiche.
L’AfD ha invece dichiarato di battersi principalmente per espulsioni più coerenti delle persone soggette a obbligo di partenza e ha smentito varie ricostruzioni sul contenuto e il significato dell’incontro. I fatti hanno comunque avviato un acceso dibattito sui limiti di una politica migratoria legittima e sull’influenza delle ideologie di estrema destra sui partiti parlamentari.
Diffusione in Europa
Il termine da tempo non si limita più alla Germania. Anche in Austria la Remigrazione viene utilizzata da singoli esponenti della Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ). In Belgio e nei Paesi Bassi l’espressione fa parte del vocabolario da anni di varie formazioni nazionaliste e identitarie.
In Francia il termine si trova soprattutto nell’ambito dei movimenti identitari e di alcuni esponenti della destra nazionalista. Il partito Rassemblement National lo usa invece in modo molto più prudente. Al suo posto parla prevalentemente di limitazione della migrazione, di controllo più rigoroso delle frontiere esterne, di priorità nazionale o dell’espulsione di stranieri colpevoli di reati.
Queste differenze evidenziano che nemmeno all’interno dei partiti di destra esiste una definizione unitaria del termine.
Perché il concetto guadagna consensi?
La crescente diffusione del termine coincide con una fase in cui la migrazione è uno dei temi politici dominanti in Europa. Dalla crisi dei rifugiati del 2015 immigrazione, integrazione e politica sull’asilo sono oggetto di intense discussioni sociali permanenti.
Diversi sviluppi contribuiscono all’attrattiva di simili rivendicazioni. Tra questi figurano l’aumento dei movimenti migratori verso l’Europa, problemi di integrazione in alcuni quartieri, attentati terroristici islamisti degli ultimi anni, discussioni sull’identità nazionale nonché incertezze economiche e sociali. A ciò si aggiunge l’enorme portata dei social network, attraverso cui slogan politici possono diffondersi rapidamente a livello europeo.
Per i sostenitori la Remigrazione rappresenta un modo per preservare a lungo termine l’identità nazionale, la coesione sociale e la sicurezza interna. Gli avversari vi vedono al contrario un concetto difficilmente compatibile con i principi fondamentali delle democrazie liberali. Richiamano in particolare il principio di uguaglianza, la protezione contro la discriminazione e i diritti legati alla cittadinanza.
Un termine senza definizione giuridica
Una ragione essenziale della controversia persistente è che Remigrazione non è un termine giuridicamente definito. Diversamente da espulsione, deportazione o rientro volontario, non esiste né a livello europeo né a livello nazionale una definizione vincolante.
A seconda del contesto politico la Remigrazione può dunque significare cose molto diverse. Per alcuni indica esclusivamente l’espulsione di persone in soggiorno irregolare o il rientro di richiedenti asilo respinti. Altri includono programmi di ritorno volontario con sostegno finanziario. Nelle interpretazioni più radicali il termine comprende però anche persone con diritto di soggiorno permanente o perfino cittadini la cui appartenenza alla società viene messa in discussione.
Questa vaghezza concettuale contribuisce in modo significativo al fatto che il dibattito spesso procede in modo disallineato. Mentre alcuni attori usano il termine come sinonimo dell’applicazione rigorosa del diritto esistente, altri vi associano visioni socio-politiche di ampio respiro.
La Remigrazione è quindi meno un programma politico chiaramente delineato e più un marcatore ideologico. La sua evoluzione mostra in modo esemplare come termini provenienti inizialmente da piccoli ambienti politici possano entrare gradualmente nel dibattito pubblico. Allo stesso tempo la controversia mette in luce quanto sia importante il linguaggio nella politica migratoria. Dietro a singole parole spesso si celano idee molto diverse su cittadinanza, identità nazionale, integrazione e ruolo dello Stato. Proprio per questo la discussione sulla Remigrazione probabilmente rimarrà anche in futuro un tema centrale della politica europea.
Autore: P. Tiko