Il cinema francese è sotto pressione. Non a causa di un calo degli spettatori o di dibattiti artistici, ma per una questione che per anni è rimasta nascosta dietro tende rosse, luci dei festival e grandi nomi: la violenza sessuale e l’abuso di potere nel settore cinematografico.
L’attrice Sara Forestier è ormai una delle voci più influenti del movimento #MeToo francese. Con una franchezza inusuale, chiede alla politica e all’industria stessa la fine dell’impunità. Le sue parole colpiscono un nervo scoperto – e in modo potente.
Già durante la sua audizione davanti a una commissione parlamentare d’inchiesta alla fine del 2024, Forestier ha raccontato esperienze che hanno sconvolto molti osservatori. Ha parlato di umiliazioni sul set, di violenze e di situazioni che l’hanno lasciata quasi senza parole da giovane attrice. Particolarmente delicato: dopo un episodio durante una ripresa le era stato consigliato di non sporgere denuncia. Il danno economico per la produzione era stato valutato più grave della sua protezione. Una frase che suona come un pugno nello stomaco.
Da allora un filo rosso attraversa la scena culturale francese. Sempre più attrici parlano pubblicamente di esperienze un tempo discusse a bassa voce. Nomi come Judith Godrèche o Adèle Haenel non caratterizzano più solo il cinema, ma anche il dibattito sociale in Francia.
La commissione d’inchiesta guidata dalla politica Sandrine Rousseau ha infine descritto un sistema segnato da decenni di dipendenze. Giovani attrici, collaboratori esterni, stagisti – molti hanno taciuto per paura di perdere la carriera. Chi si opponeva rischiava spesso più di una semplice parte. Nel mondo del cinema, simili cose si spargono rapidamente.
Il rapporto pubblicato dalla commissione spinge ancora più in là. Vi si parla di un “carattere sistemico” della violenza sessuale e sessista nell’ambito culturale. Non è solo uno slogan politico. Significa che i problemi non sono più considerati casi isolati, ma parte di una struttura.
Ed è proprio qui che inizia il vero conflitto.
Perché mentre molti operatori culturali chiedono riforme profonde, altri rispondono con un netto rifiuto. Alcuni registi e produttori mettono in guardia contro una presunta “caccia alle streghe”. Altri accusano il settore di aver chiuso volontariamente gli occhi per decenni. Tra questi schieramenti ormai si è aperta una profonda spaccatura.
Per questo Forestier non chiede solo conseguenze giuridiche. Il suo appello è rivolto anche alle case di produzione e alle associazioni cinematografiche. Si tratta di una migliore protezione dei minorenni, percorsi chiari per le denunce, coordinatori dell’intimità nelle riprese e maggiore responsabilità dei produttori. Temi che a Hollywood, dopo lo scandalo Weinstein, sono ormai la norma, ma che nel cinema francese provocano ancora dibattiti.
La Francia sta probabilmente vivendo così un punto di svolta culturale. Il cinema d’autore tradizionale, spesso orgoglioso delle sue trasgressioni e della libertà artistica, deve improvvisamente accettare nuove regole. C’è chi lo vede come un necessario aggiornamento, chi come un attacco a un’intera cultura.
Ma una cosa sembra certa: il silenzio che per molti anni ha coperto il settore come un pesante sipario si sta rompendo sempre di più. E quel sipario difficilmente potrà più essere richiuso.
Andreas M. B.